Davigo (ri)condannato: la Cassazione conferma per la sesta volta la sua colpevolezza per il caso Amara

Già condannato in via definitiva per rivelazione di segreto nel dicembre 2024, ora la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Davigo anche per le condotte che erano state rinviate a un nuovo giudizio d'appello. Per l'ex pm pena (sospesa) di un anno e tre mesi

9 OTT 26
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LaPresse

Piercamillo Davigo è entrato nel club dei pregiudicati nel dicembre 2024, quando la Corte di Cassazione ha riconosciuto la responsabilità dell’ex pm per il reato di violazione di segreto sui verbali degli interrogatori resi dall’avvocato Piero Amara alla procura di Milano sulla cosiddetta “loggia Ungheria”. Mercoledì sera la Cassazione ha confermato la condanna di Davigo anche per le condotte per le quali aveva rinviato a un nuovo giudizio d’appello, rendendo così ufficiale la pena definitiva a un anno e tre mesi a carico dell’ex pm ed ex presidente dell’Anm. Si tratta della sesta sentenza (primo grado, appello, Cassazione, ricorso straordinario in Cassazione, appello-bis e Cassazione-bis) che riconosce la colpevolezza dell’ex magistrato simbolo di Mani pulite.
Nell’aprile 2020 Davigo, all’epoca consigliere del Consiglio superiore della magistratura, convinse il pm milanese Paolo Storari a consegnargli i verbali degli interrogatori resi da Amara sull’esistenza della fantomatica loggia Ungheria. Ciò avvenne, come hanno affermato i giudici di Cassazione, nonostante Davigo fosse ben consapevole che la strada legittima da percorrere per superare la “situazione di stallo” alla procura di Milano denunciata da Storari attorno a quelle rivelazioni fosse ben diversa, cioè segnalare la situazione alla procura generale di Milano. Per i giudici di Cassazione, Davigo ha “consapevolmente attivato un percorso alternativo per forza di cose destinato a mettere in pericolo la riservatezza della notizia coperta dal segreto investigativo”, cosa che poi è puntualmente avvenuta.
Dopo aver ricevuto i verbali secretati, infatti, Davigo ne ha rivelato il contenuto a svariati componenti del Csm, alle sue segretarie e anche a soggetti esterni come l’allora presidente della commissione Antimafia Nicola Morra. Ciò ha provocato una fuga di notizie senza precedenti, tanto che quei verbali sono finiti addirittura ai giornali.
La sentenza sulla prima rivelazione di segreto, quella commessa da Davigo nel farsi consegnare le carte da Storari (che invece da parte sua è stato assolto: i paradossi della giustizia italiana) è diventata irrevocabile nel dicembre 2024, quando la Cassazione ha confermato la condanna di appello, che a sua volta aveva confermato la condanna di primo grado a un anno e tre mesi (con pena sospesa). La Cassazione aveva però richiesto un nuovo giudizio d’appello limitatamente alle condotte tenute da Davigo nella divulgazione dei verbali a terzi. Per l’accusa, Davigo ha diffuso i contenuti dei verbali a diversi consiglieri del Csm, compagni di corrente e non, alle sue segretarie e addirittura a un parlamentare (Morra) allo scopo di delegittimare un altro consigliere del Csm, Sebastiano Ardita, citato nelle carte ma non indagato nel procedimento sulla loggia Ungheria (indagine che peraltro si sarebbe poi conclusa con l’archiviazione).
Lo scorso gennaio la Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza rispondendo ai rilievi della Cassazione. I giudici hanno censurato il comportamento di Davigo, sottolineando che ha utilizzato “modalità carbonare”, cioè “in cortile e a cellulari spenti”, per rivelare il contenuto dei verbali di Amara, parlando a diversi personaggi, anche del Csm, “ma in maniera singola e diversa da persona a persona”: a uno dava i verbali, a un altro ne rivelava un pezzo, a un altro spifferava mezza cosa. E ciò non in maniera casuale, ma “raccontando quello che riteneva e omettendo le circostanze che non gli pareva opportuno rivelare”.
Mercoledì sera è arrivato l’ultimo verdetto della Cassazione, che ha confermato anche questa condanna a carico di Davigo in via definitiva. Per anni l’ex pm ha criticato l’eccesso di impugnazioni, che a suo giudizio sarebbero uno strumento dei potenti e dei colletti bianchi per “farla franca”. Resta da vedere se ora, dopo l’ennesima batosta in Cassazione, Davigo si lancerà in un quinto ricorso. Magari rivolgendosi alla Cedu.
Ermes Antonucci