il caso
Affari immobiliari con mafiosi e anomalie giudiziarie: la caduta di Pignatone
Il gip di Caltanissetta non ha soltanto denunciato le "attività depistanti" di Scarpinato, ma anche ha espresso dure valutazioni sull'ex procuratore di Roma, che si sarebbe reso autore di una serie di anomalie nell'indagine mafia-appalti e anche di comportamenti altamente discutibili sul piano dell’opportunità

Giuseppe Pignatone (Ansa)
Per quanto l’attenzione dei quotidiani e della politica si sia concentrata sulle “attività depistanti” dell’ex pm Roberto Scarpinato in commissione parlamentare Antimafia, dall’ordinanza del giudice di Caltanissetta sulla vicenda mafia e appalti la figura che esce più macchiata è senza dubbio quella di Giuseppe Pignatone, figura storica della magistratura: toga per oltre 45 anni, in servizio alla procura di Palermo per oltre trent’anni e coordinatore dell’inchiesta che portò alla cattura di Provenzano, poi dirigente della procura di Reggio Calabria, infine capo della procura di Roma e coordinatore della celebre indagine “Mafia Capitale” (che mafia non era, come stabilito dalla Cassazione), in pensione dal 2019. Una carriera da paladino antimafia che rischia di essere spazzata via. Secondo il gip di Caltanissetta, infatti, Pignatone si sarebbe reso autore di una serie di anomalie sul piano processuale e anche di comportamenti altamente discutibili sul piano dell’opportunità. Il primo fronte riguarda l’incredibile vicenda che vede Pignatone aver acquistato diversi appartamenti da una società gestita da tre mafiosi, versando una parte delle somme in nero.
Dalle indagini è emerso infatti che tra il 1980 e il 1983 la famiglia Pignatone acquistò 24 unità immobiliari da una società (la Immobiliare Raffaello) di cui erano azionisti tre soggetti già all’epoca considerati “in odore di mafia”, come Salvatore Buscemi, Francesco Bonura e Vincenzo Piazza. Dagli accertamenti è emerso che Pignatone acquistò gli immobili a un prezzo inferiore di un terzo a quello di mercato e ha ammesso che una parte delle somme venne pagata in nero.
Ma le contestazioni non finiscono qui. Pignatone non si astenne dall’indagine che la procura di Palermo avviò sugli appalti della Sirap, società partecipata dall’Espi, all’epoca presieduto dal padre di Giuseppe Pignatone, Francesco.
C’è poi la vicenda dei mancati omissis. Nel deposito al Riesame del rapporto Ros del 16 febbraio 1991, Pignatone e Guido Lo Forte lasciarono visibili i nomi e le informazioni riguardanti diversi indagati estranei alle misure cautelari. Una dimenticanza che, secondo il gip, contribuì a mettere in allarme gli interessati e a compromettere ulteriori sviluppi investigativi, anche sul filone Sirap.
In un successivo procedimento, riguardante i rapporti Buscemi-Calcestruzzi-Ferruzzi, Pignatone interrogò due persone come indagati senza che fossero iscritti nel registro, chiese una misura cautelare contro una di loro prima della sua iscrizione e, mentre quella richiesta era pendente, presentò una richiesta di archiviazione per tutti gli indagati. Nello stesso fascicolo furono respinte le perquisizioni richieste dallo Sco nei confronti di società del gruppo Calcestruzzi, nonostante il gip avesse ritenuto necessari ulteriori approfondimenti.
Nell’ambito del procedimento mafia e appalti, il giudice contesta a Pignatone di non aver disposto alcune perquisizioni che il materiale investigativo fornito dal Ros dei Carabinieri avrebbe consentito di effettuare. Tra i soggetti che, secondo il decreto, avrebbero potuto essere destinatari di tali perquisizioni viene indicato anche Antonino Buscemi.
Per quanto riguarda la gestione complessiva del fascicolo mafia e appalti, il giudice giunge a parlare di “climax ascendente nella mala gestio”, aggiungendo che Pignatone ne è “il comune denominatore”. Parole che pesano come macigni sull’immagine di un magistrato che per decenni è stato considerato un simbolo della lotta alla mafia.
Ermes Antonucci