Misteri, giochi proibiti, follie
Pentiti, servizi e veleni: la storia di Contorno, il Corvo e le ombre dell’antimafia
Il ritorno sulle scene di Giovanni Brusca scandalizza, ma solo chi ha dimenticato la storia di Totuccio Contorno, fermato dalla polizia durante il blitz a San Nicola l’Arena per arrestare il boss Gaetano Grado. Un’epopea imbarazzante (e taciuta) sul rapporto tra pentiti e giustizia
5 OTT 26

Il cadavere del boss Stefano Bontate, ucciso nel 1981, di cui Salvatore Contorno era un fedelissimo (foto Ansa)
Pentiti che vanno, pentiti che tornano. Una compagnia di giro che li accompagna e talvolta li gestisce. Un irritante equivoco che stronca ogni tentativo di ragionamento: chi solleva qualche dubbio (su pentiti e compagnia di giro) viene automaticamente inchiodato alla croce dell’anti-antimafia o catalogato d’ufficio come reazionario e nemico della Legalità (quella, con la elle maiuscola, brandita da pochi eletti e differente dall’altra, con la elle minuscola, che è semplicemente patrimonio di tutti).
Il ritorno sulle scene di Giovanni Brusca che da uomo libero ha “alzato il velo” (tenete a mente questa metafora) sulle stragi di mafia del ’92 e ’93 è uno spunto prezioso per esplorare un incredibile buco nero nella storia della lotta a Cosa Nostra: quello del rapporto tra collaboratori di giustizia e rappresentanti dello stato.
Secondo Brusca gli eccidi di 34 anni fa furono usati “come strumento politico, come se fossero stati suggeriti dalla sinistra” per dare una mano a Berlusconi. Quindi tornando alla metafora, il velo lo ha alzato sì, ma sul corpo senza vita di una tesi – piaccia o non piaccia – abbondantemente stroncata dalle sentenze. Il tutto alla faccia della legge contro le dichiarazioni a rate che impone al pentito un limite di sei mesi dall’inizio della collaborazione per dire tutto quello che sa. Brusca, che ha avuto riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia nel 2000, non aveva mai parlato del Cavaliere: chissà, magari tra il ricordo di un picciriddo sciolto nell’acido e la rimembranza di un dito sul telecomando di Capaci, un miracolo ha riacceso la sua memoria.
Da uomo libero Brusca ha “alzato il velo” sulle stragi di mafia del ’92 e ’93. Secondo lui furono uno “strumento politico” per aiutare Berlusconi
Suo storico avvocato è Luigi Li Gotti che è stato anche difensore di altri collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo. E’ l’uomo chiave del rapporto tra procure e pentiti che gli firmavano una nomina fiduciaria spesso su formale suggerimento degli organi inquirenti e del Servizio centrale di protezione. Un ruolo delicato che Li Gotti ha accordato con il La della sua propensione per la politica. Gli inizi nel Msi, la militanza in An, il passaggio a Italia dei valori, la carica di sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi testimoniano la sua vocazione di instancabile esploratore di palazzi e palazzacci.
Tra i clienti di Li Gotti c’è stato anche il pentito Salvatore “Totuccio” Contorno che è il vero protagonista di questa storia. Oggi chi si scandalizza per il ritorno di Brusca e per l’attenzione riservata alle sue tesi decotte evidentemente non ricorda o non conosce le gesta di Contorno che sfociarono nella vicenda più imbarazzante e più silenziata dell’epopea dell’antimafia. La storia del misterioso ritorno in armi di un pentito in Sicilia e di un anonimo che troverà un nome grazie a una tazzina di caffè, che lo perderà grazie a un’impronta cancellata, e che sparirà per sempre grazie all’imperizia di chi gli ha dato la caccia. Per raccontarla dobbiamo tornare alla Palermo della fine degli anni ’80 e alla sua pericolosissima giungla: dove c’erano serpi, talpe, corvi, e un Falcone.
“Prima luce” – Negli anni Ottanta, a Palermo, molti esponenti di Cosa nostra cadono per mano dei “corleonesi” che scatenano la guerra di mafia. Nell’aprile del 1981 viene assassinato, tra gli altri, il “Principe di Villagrazia” Stefano Bontate, mafioso salottiero, formazione dai gesuiti del Gonzaga e forti aderenze massoniche. Salvatore Contorno, soprannominato “Coriolano della Floresta” dall’omonimo personaggio del romanzo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli, di Bontate è stato guardiaspalle e sa che il prossimo a morire sarà lui. Infatti, di lì a un mese, sfugge all’agguato di via Giafar: da solo, con un bambino accanto, contro nove sicari.
Totuccio non è uno stratega, ma è un soldato determinato. La sua raffinatezza di pensiero è tutta in un pendolo logico che oscilla tra voglia di vendetta e istinto di sopravvivenza. Ogni tanto prevale la prima, ma senza influenzare il secondo. Non serve un cervello fino per vivere nel sangue, serve abilità affinché il sangue sia sempre quello degli altri.
Totuccio viene arrestato in una villa di Bracciano. Con il commissario Ninni Cassarà inizia a parlare. Gli viene affibbiato il nome “Prima luce”
Contorno scappa da Palermo e cerca malamente di riorganizzare l’armata dei sopravvissuti, di quelli che ancora non sono passati per il ferro di Riina e compari. Nel marzo del 1982 finisce per farsi arrestare in una villa di Bracciano nella quale ha messo su il suo quartier generale con armi e droga. Passano pochi mesi e incontra il commissario di polizia Ninni Cassarà: con lui inizia a parlare. Gli viene affibbiato un nome in codice: “Prima luce”.
Dopo il blitz di San Michele che il 29 settembre porterà all’arresto di 366 affiliati a Cosa Nostra, Contorno viene portato segretamente al cospetto di Buscetta, fresco di pentimento. L’incontro fra i due mafiosi sembra la scena di un film di Francis Ford Coppola. Davanti ai respiri sospesi dei poliziotti don Masino accoglie Contorno, che gli bacia la mano. Il boss dei due mondi lo guarda e gli dice solennemente: “Totuccio, puoi parlare”. E Totuccio parla. Conferma le dichiarazioni di Buscetta, innanzitutto. Puntella con la sua testimonianza la struttura portante del maxiprocesso che con 475 imputati alla sbarra diventa il più importante atto di accusa alla maggiore organizzazione criminale del mondo. Poi vola negli Stati Uniti dove aiuta gli investigatori americani per la Pizza Connection, l’inchiesta sul maxi affare della droga e del riciclaggio della mafia da esportazione. E a poco a poco Totuccio Contorno, l’ex “Prima luce”, si dissolve, se non dalla memoria, dalla cronaca. Sino all’alba di venerdì 26 maggio 1989.
Sabbia – “L’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera mi raccontò di operazioni di manipolazione delle armi per far sì che venissero modificate. Mi parlò di pistole, fucili portati a Ostia, riempiti di sabbia affinché poi non vi fosse corrispondenza con gli esiti balistici delle ogive che erano state rinvenute sui cadaveri degli omicidi avvenuti prima della cattura di Contorno". Trentacinque anni dopo, nel 2024, a parlare davanti ai giudici è l’ex poliziotto ed esperto informatico Gioacchino Genchi che si occupò delle intercettazioni che portarono all’arresto di Contorno. Quello delle armi sabbiate è il capitolo più inquietante di questa storia. La storia di un mafioso che doveva rimanere oltre l’oceano e che invece si è ritrovato proprio dove non doveva stare: la terra da cui era fuggito per non finirci seppellito anzitempo.
Accade che nella primavera del 1989 i poliziotti di Palermo, guidati da Arnaldo La Barbera (personaggio chiave dei misteri palermitani e non solo), cercano Gaetano Grado, un boss latitante e potente, il cui peso nell’organigramma mafioso è noto solo agli addetti ai lavori. Grado non è un nome altisonante. E’ un mafioso che si muove sottotraccia, ma la mancanza di effetti speciali non ne fa un criminale meno pericoloso. Insomma Gaetano Grado è uno che conta in Cosa nostra. La mattina del 26 maggio 1989 gli agenti fanno irruzione in una villa di San Nicola l’Arena, frazione del comune di Trabia a meno di trenta chilometri da Palermo. Grado è in camera da letto con la sua convivente. Intanto da una roulotte parcheggiata a poca distanza dalla villa un uomo fugge attraverso l’agrumeto che circonda la zona e cerca di guadagnare la via del mare. Gli agenti che lo bloccano non credono ai propri occhi. E’ Totuccio Contorno. Dice di trovarsi in quel posto perché è venuto a far visita a suo cugino Gaetano Grado. Subito dopo il blitz nella villetta di San Nicola l’Arena la polizia effettua una perquisizione della casa. Ma nella roulotte che ospitava il pentito l’ispezione è condotta sommariamente e viene fuori solo un fucile a canne mozze. Passano due giorni e grazie a un’altra perquisizione, stavolta condotta dai carabinieri, spunta un arsenale.
Le perquisizioni a rate sono una specialità di quei tempi. Servono a spacciare per distrazione disegni strategici più complessi e meno confessabili. Accadrà ancora quattro anni dopo, con il covo di Riina che resterà intonso per giorni e sul cui caso si innescherà un estenuante scambio di accuse tra la Procura di Gian Carlo Caselli e i carabinieri del ROS di Mario Mori.
Ma torniamo al blitz di San Nicola l’Arena: gli investigatori pensano di aver messo le mani su una storia tutta da scrivere.
Il triangolo della morte – Gaetano Grado, come Contorno, è uno dei sopravvissuti nella schiera dei perdenti della seconda guerra di mafia. Il sospetto è che abbia riorganizzato gli affari (soprattutto droga, nel cui traffico è specializzato) e che abbia architettato un piano per vendicarsi dei “corleonesi”. Non è un caso che in quei mesi siano caduti una decina di mafiosi schierati con gli uomini di Riina. E sono morti tutti lì in quella zona, tra Bagheria, Altavilla Milicia e Casteldaccia nel cosiddetto “triangolo della morte”. Insomma, ci sono tutti i numeri per avviare un’indagine dai possibili effetti dirompenti. Soprattutto ci sono quelle pistole e quei fucili da esaminare per capire se sono collegati ai morti ancora caldi di quelle contrade. Ma questa pratica si sbriga facilmente. Come? Azzerando tutto. Rovinando le armi con la sabbia, come racconterà nel 2024 l’ex poliziotto Genchi durante il processo di Caltanissetta per il depistaggio delle indagini di via D’Amelio: “Le armi furono portate a Ostia e sabbiate…”. Una dichiarazione dirompente, messa a verbale. Eppure le quelle parole scorrono via nei rivoli della cronaca ordinaria, non suscitano più di un tenue sussulto.
Contorno doveva essere in America per motivi giudiziari e di sicurezza. “E’ solo una questione di soldi, devo campare la famiglia” si giustifica lui
Che ci fa Contorno in Sicilia? Non era in America per motivi giudiziari e di sicurezza? “E’ solo una questione di soldi, devo campare la famiglia” si giustifica lui. In principio, negli Stati Uniti, Contorno riceve un contributo di milletrecento dollari al mese. Con lui vivono la moglie e il figlio adolescente. Nel settembre del 1988 il collaboratore manifesta l’intenzione di tornare in Italia, e ciò perché gli Stati Uniti gli hanno detto che a partire da novembre non lo stipendieranno più: per guadagnare dovrà sgobbare come chiunque altro. Ma lui dice che non riesce a trovare lavoro. Nonostante le autorità americane e italiane sconsiglino vivamente il suo rientro in Italia, il 18 novembre il collaboratore di giustizia e la sua famiglia rientrano con un volo della Pan Am.
Perché questa fretta? Perché le autorità italiane e quelle americane sono così accondiscendenti? In Italia Salvatore Contorno non ha particolari obblighi, tranne quello di chiamare ogni giorno i suoi referenti della Criminalpol per comunicare dove si trova: infatti si intrattiene per ore al telefono col superpoliziotto Gianni De Gennaro che di lì a poco diventerà capo del Servizio centrale operativo. Si muove pressoché libero. Del suo rientro vengono informati il Ministero di Grazia e giustizia e quello dell’Interno, la magistratura di Palermo e i giudici dei processi che lo riguardano. Ma la notizia non filtra attraverso la barriera di riservatezza degli addetti ai lavori. Nessuno si cura troppo di lui. Poi, il 18 maggio 1989, Contorno fa perdere le sue tracce. Lo arrestano otto giorni dopo in una consecutio di eventi che, se si trattasse di fiction, darebbe vita a una narrazione poco credibile.
La polizia di La Barbera che sta dando la caccia al latitante Gaetano Grado non è stata informata del ritorno del pentito. Per via di alcuni movimenti sospetti in una villetta di San Nicola l’Arena, e in particolare attorno a una cabina telefonica nei pressi della stazione ferroviaria lì vicino, gli agenti cominciano gli appostamenti. E’ così che si rendono conto della presenza di Contorno e della linea diretta tra lui e De Gennaro. E’ da quel momento che prende corpo un’ipotesi inquietante che non troverà mai conferme ma nemmeno versioni convincenti per una smentita: Salvatore Contorno sarebbe rientrato in Sicilia per assassinare Totò Riina, allora latitante numero uno. Per farlo, avrebbe sfruttato la sua parentela col boss Gaetano Grado, che avrebbe dovuto convocare Riina per un vertice di mafia in modo da far scattare l’agguato mortale. Ma qualcuno avrebbe avvisato della trappola il capo di Cosa nostra, che infatti non si sarebbe presentato all’appuntamento, facendo fallire il progetto criminale.
Di tutto questo Giovanni Falcone era a conoscenza? Non lo sappiamo. Di certo Contorno parlava al telefono con De Gennaro, un poliziotto molto vicino a Falcone, e usava parole in codice per indicare movimenti di persone in una zona chiamata non a caso “il triangolo della morte” dove, proprio in quel periodo, c’erano stati molti omicidi nella fazione criminale avversa a quella del pentito.
Lo spettro sul Maxiprocesso – Per le armi ritrovate nel covo di San Nicola l’Arena furono celebrati due distinti processi. Uno a carico di Grado e della sua convivente, che vennero condannati. Un altro contro Contorno che venne assolto per insufficienza di prove. Perché dividere le posizioni? Perché la prima perquisizione della roulotte fu fatta frettolosamente?
A fronte di questi interrogativi, l’alba di un’ipotesi spaventa i magistrati in prima linea nella lotta alla mafia. E’ un’alba fredda e livida come la paura che tutto il lavoro fatto fino a quel momento possa andare sprecato. Lo spettro incombe sul Maxiprocesso.
Il 16 dicembre 1987 il presidente Alfonso Giordano, dopo 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive, aveva letto la sentenza del primo grande processo alla mafia: 346 condanne di cui diciannove all’ergastolo, 2665 anni di carcere, 114 assoluzioni. Salvatore Contorno è con Tommaso Buscetta uno dei pilastri dell’impianto di accusa che fin lì ha retto perfettamente. Ma si tratta pur sempre di una sentenza di primo grado e la mafia sta “investendo” in omicidi, pressioni politiche e intimidazioni per correre ai ripari. Il processo d’appello è iniziato nel febbraio del 1989, proprio l’anno del tumultuoso caso del rientro in Sicilia di Coriolano. Non è solo Cosa nostra a odiare i pentiti. In Italia una corrente di opinione, che ha santoni nella politica, soprattutto nella Dc, vede nei collaboratori di giustizia e nei metodi d’indagine rivoluzionari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il rischio di una deriva antidemocratica. Quell’arresto e la coda di drammatici interrogativi che si porta appresso mettono a rischio la tenuta di una sentenza che è solo un primo passo in una strada disseminata di ostacoli. Falcone è già da tempo sotto attacco da parte di molti giornali. E il fuoco di fila da lì al 23 maggio 1992, quando il cratere di Capaci inghiottirà un pezzo di storia d’Italia insieme ai corpi di cinque esseri umani, sarà continuo.
Sei lettere anonime contengono accuse sulla gestione del pentito, “un killer di stato”. Non le ha scritte un orecchiante. È il Corvo di Palermo
L’ora dei veleni – Intanto il Corvo ha spiccato il volo. Le lettere anonime sono sei, scritte a macchina, il tipo di carta non è lo stesso per tutte. I destinatari sono: il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Gerardo Chiaromonte, il segretario del Partito comunista Achille Occhetto, e due figure di spicco dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni. Le lettere contengono accuse pesanti a Falcone per la gestione del pentito Contorno, che secondo l’estensore sarebbe stato un vero killer di Stato. Le ha scritte qualcuno che di sicuro non è un orecchiante. I riferimenti sono precisi, e solo chi è dentro a certe stanze può averli raccolti e impilati come pietre pronte per una lapidazione. È il Corvo di Palermo.
L’anonimo scrive che Gianni De Gennaro e i vertici della Criminalpol erano perfettamente a conoscenza del fatto che Contorno si recava a Palermo per colpire i “corleonesi” e stanare Totò Riina. “Tutto ciò era stato peraltro concordato anche con dei magistrati e in particolare con i giudici Falcone, Ayala e Giammanco, con i quali in questi ultimi tempi De Gennaro si è incontrato a Palermo […]. De Gennaro, quindi, e i magistrati suddetti hanno inviato Contorno a Palermo ben sapendo che avrebbe commesso dei gravi reati. Si tratta di gravissime responsabilità se si considera che Contorno ha ucciso Mineo, Baiamonte, Aspetti, Messicati e Cerva […]. Sono veri e propri omicidi di Stato […]”.
L’anonimo sa di spostamenti riservati di uomini delle istituzioni, sa di intercettazioni segrete, sa di contatti di cui pochissimi sono a conoscenza. C’è poi un truce capitolo, nel quale non si risparmia sul veleno, interamente dedicato a Falcone che, secondo il Corvo, “fino ad oggi vi ha preso per i fondelli facendovi credere di essere un paladino dell’antimafia laddove si è rivelato uno squallido opportunista”.
Il Corvo gongola. Giovanni Falcone soffre in silenzio.
Nel frattempo sulla scena è entrato gradualmente un nuovo personaggio che di lì a poco assumerà sempre più importanza, sino a diventare un protagonista della stagione dei veleni palermitani.
Il 5 agosto 1988 Domenico Sica viene nominato Alto commissario per la lotta alla mafia. L’incarico gli viene affidato tra le polemiche, dato che quel posto sembrava destinato a Giovanni Falcone, che di mafia si intende molto più di Sica. La stessa istituzione di un Alto commissariato è vista come un errore da molti magistrati e investigatori esperti di criminalità organizzata. Sica, soprannominato “Nembo Sic” per via di una sua naturale inclinazione a inserirsi in inchieste di grande effetto mediatico, deve la sua fortuna a uno sponsor di eccezione: il democristiano Antonio Gava, che in quel momento è ministro dell’Interno. Grazie a lui è riuscito a bruciare Falcone per il posto di alto commissario, e ciò peserà fortemente sui loro rapporti. Per Falcone è il secondo smacco, o meglio il secondo segnale di isolamento, dopo che qualche mese prima il Csm ha bocciato la sua candidatura alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo, preferendogli Antonino Meli, che più di lui ha anni sul groppone e non una riga di curriculum.
Le lettere del Corvo di Palermo sembrano a Sica un’occasione preziosa per rilanciarsi. Se le fa dare tutte d’imperio e le esamina. A rafforzare l’ipotesi che l’autore sia qualcuno addentro alle questioni giudiziarie c’è che in almeno un paio di quelle missive è stata utilizzata una macchina per scrivere in dotazione al palazzo di giustizia di Palermo: una Triumph Adler. È un modello molto diffuso in quegli anni, ma è quanto basta per accendere la voglia di riscatto di Sica. Per la perizia sulle impronte digitali, però, l’alto commissario fa una scelta inusuale, che gli costerà cara: anziché rivolgersi come di prassi al Cis, il Centro carabinieri investigazioni scientifiche (oggi RaCIS, Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), manda tutto al Sismi, i servizi segreti militari.
L’Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica è convinto che il Corvo sia Alberto Di Pisa. Che sarà assolto, e il Corvo mai identificato
La tazzina di caffè – Si trovano otto impronte sulla lettera del Corvo inviata a Sica. Su una di esse si scatena un giro estenuante di perizie, controperizie, conferme e smentite. A un certo punto la manovra maldestra di un tecnico del Sismi la danneggia irrimediabilmente. E di quell’impronta resta solo una foto. Sica attira con l’inganno il magistrato Alberto Di Pisa nel suo studio e gli prende un’impronta dal tavolo di vetro sul quale tamburella con le dita. Non contento, gli offre un caffè al bar e fa prelevare di nascosto la tazzina dai suoi collaboratori. Nonostante l’incertezza dei risultati delle analisi, l’Alto commissario è convinto che il Corvo sia Di Pisa. Tanto è vero che lui stesso telefona al presidente della Repubblica Francesco Cossiga per dargli la notizia bomba. Contemporaneamente l’indiscrezione striscia sino alla redazione del settimanale “Epoca”, che per la prima volta fa il nome di Alberto Di Pisa indicandolo come il Corvo di Palermo.
In quei giorni la Procura apre un’inchiesta sull’anonimo. Di Pisa dichiara di essere a disposizione dei colleghi che lo hanno messo sotto indagine con l’accusa di calunnia aggravata e si fa prendere volontariamente le impronte digitali.
Per uno scherzo del destino, Di Pisa entra in aula proprio mentre Contorno esce dal carcere dopo l’arresto per il blitz di San Nicola l’Arena. Diciotto mesi dopo il magistrato palermitano viene condannato a un anno e mezzo per calunnia aggravata. La sentenza di appello arriva due anni dopo, il 14 dicembre 1993, in un’altra Italia, in un’altra èra, in un’altra orografia sociale in cui i crateri delle stragi di mafia sono ancora fumanti. Di Pisa viene assolto.
Nelle motivazioni della sentenza i giudici sono durissimi: “L’alto commissario Sica e i suoi collaboratori non si sono limitati a una mera attività di rilevamento, né ad assicurare e conservare le fonti prova, ma si sono spinti fino al punto di creare e ricavare con modalità quanto mai irrituali e fraudolente le impronte papillari del dottor di Pisa che hanno segnato l’inizio della vicenda giudiziaria illegittima e arbitraria sin dalla sua origine […]. Attraverso il meccanismo messo avanti dal tribunale si trasforma in elemento di prova utilizzabile in sede giudiziaria quello che non si sarebbe mai potuto […] ossia si fa entrare nel processo una perizia o una parte di perizia extragiudiziaria effettuata da periti che per la loro appartenenza al Sismi sono stati e sono alle dipendenze del potere politico”.
Insomma, oltre a essere l’assoluzione di Di Pisa, è la condanna in toto dell’operato di Sica.
Nel 2016, in un’intervista a “la Repubblica”, Alberto Di Pisa dà una sua versione del caso che lo ha visto protagonista. Ha settantadue anni e da pochi giorni è in pensione, dopo aver lasciato l’ufficio di procuratore di Marsala che fu di Paolo Borsellino. “Nell’89 c’era una profonda faida negli ambienti della Criminalpol. C’era la squadra di De Gennaro e quella di Contrada. Il Corvo bisognava cercarlo lì, ma nessuno lo fece. L’anonimo diceva la verità, come avevo sottolineato io stesso in una riunione in Procura con tutti i colleghi. C’erano Giammanco, Falcone, Sciacchitano, Signorino. Sarei stato un idiota poi a scrivere quell’anonimo”. Cosa aveva detto Di Pisa in quella riunione? “Che bisognava indagare per capire cosa stava dietro a quello stranissimo arresto di Contorno a San Nicola l’Arena. Ma qualcuno pensò di approfittare dell’occasione confezionando l’anonimo che fu subito attribuito a me, nonostante fosse scritto su carta intestata della Criminalpol (disponibile solo negli uffici romani dove io non ero mai stato) e con una macchina da scrivere che fu appurato non essere la mia. La verità è che ci fu una convergenza di interessi, politica, servizi, poteri forti, che avevano l’obiettivo di togliermi le inchieste scottanti che avevo in mano, quella su mafia e appalti, sulla morte dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, sulla massoneria, sugli omicidi di Beppe Montana e Ninni Cassarà”.
Alberto Di Pisa il 31 dicembre 2015 ha lasciato la magistratura per limiti d'età. E’ morto dopo una lunga malattia nel 2022. Il Corvo non è mai stato identificato.
Salvatore Contorno, la cui “missione siciliana” è stata alla fine considerata quasi una gita, dopo essere stato liberato con tante scuse, sfuggirà a un attentato ordito nell’aprile 1994 da Matteo Messina Denaro. Negli anni a seguire verrà arrestato due volte, per spaccio di droga e per estorsione: gli verrà revocato il programma di protezione.