La tragica farsa dei pm di Firenze: al processo Baiardo il boss Graviano usato ancora per sporcare Berlusconi

Ieri il boss ha raccontato ai giudici di Firenze, in collegamento video, che suo nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70: si ripete un meccanismo per crare delle riedizioni dei processi contro Dell'Utri e l'ex premier, che nel frattempo non può rispondere
3 OTT 26
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Giuseppe Graviano a destra con il suo avvocato in una pausa dall'udienza del processo che lo vede imputato per calunnia al giornalista Massimo Giletti - foto Ansa

Ieri il boss Giuseppe Graviano ha raccontato ai giudici di Firenze, in collegamento video, che suo nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70. È l'ennesimo atto, e probabilmente non l'ultimo, di un processo grottesco che dovrebbe riguardare Salvatore Baiardo, accusato di favoreggiamento e di calunnia aggravata ai danni di Massimo Giletti, e che invece è diventato la riedizione dei processi a Marcello Dell'Utri e a Silvio Berlusconi, che nel frattempo è morto e non può rispondere.
Graviano ha parlato di un investimento da 20 miliardi di lire e di una carta privata con i nomi degli investitori, aggiungendo però di non poterli confermare bene. Ha ricordato incontri con Berlusconi, ma non da chi fosse accompagnato nel dicembre 1993. Ed è sempre la stessa storia che Graviano aveva già raccontato nel 2020, anche allora senza riscontro, e giudicata dai pm di Caltanissetta totalmente inattendibile. Contro quel racconto inattendibile ci sono invece gli atti dei processi e una sentenza definitiva, emessa in nome del popolo italiano.
C'è il 2004, quando la procura di Palermo escluse un ingresso di capitali esterni in Fininvest sulla base di una consulenza di un funzionario della Banca d'Italia, e c'è il 16 ottobre 2025, quando la Cassazione ha reso definitiva una sentenza secondo cui a oggi non risulta mai processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane.
Graviano riporta le medesime vicende di sempre ripetute con qualche dettaglio diverso, e a questo punto si può ritenere che servano soltanto a sporcare. Che cosa c'entri infatti tutto ciò con la presunta calunnia a Giletti resta il mistero del processo. Non è un mistero, invece, il meccanismo. Un morto non ha fretta di difendersi, e lo si può processare indirettamente quante volte si vuole, in qualunque aula, sotto qualunque capo d'imputazione che riguardi un altro.