L'EDITORIALE DEL DIRETTORE
Chiedere giustizia su Garlasco è giusto, farlo giocando con il linciaggio senza prove no
Per non replicare gli errori commessi in questi diciannove anni basterebbe ripartire dalle basi e ricordare magari che in uno stato di diritto le prove contano più delle allusioni. Sempio, i Ris e la pazzia del finto garantismo da curva
30 SET 26

(Foto Ansa)
Lo vedete ogni giorno anche voi: il processo Garlasco, negli ultimi tempi, è stato trasformato da molti osservatori in un involontario laboratorio di garantismo. Il garantismo, sul caso Poggi, nasce da un sentimento genuino, dall’idea cioè che una persona condannata in Cassazione, finita in galera dopo essere stata assolta due volte, non possa essere considerata colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, e parliamo naturalmente di Alberto Stasi. Ma attorno a questo sentimento genuino si è andata a consolidare nei mesi una nutrita “curva Stasi” che, come capita spesso quando ci si trova di fronte a una tifoseria, ha iniziato a utilizzare lo stesso metodo balordo utilizzato contro Stasi nei confronti del nuovo soggetto finito al centro del frullatore Garlasco: Andrea Sempio. E il risultato è quello che sapete: la tifoseria che difende Stasi ha scelto di derogare al principio della difesa delle garanzie per dimostrare che è stato Sempio e non Stasi a uccidere Chiara Poggi.
L’ultimo caso che ha galvanizzato la curva Stasi ha riguardato il famoso comunicato diffuso due giorni fa dalla procura di Pavia. La procura di Pavia ha chiuso nuove indagini a carico di Sempio. Nel depositare i nuovi atti, ha dato conto di alcuni rilievi effettuati. Tra questi rilievi ha messo in evidenza che nei dati grezzi dei carabinieri del Ris esiste un dettaglio non valorizzato in questi anni, che ha a che fare con la presenza di due analisi secondo le quali, sul materiale prelevato dai pedali della bici di Stasi, non risulta Dna attribuibile a Chiara Poggi. Ovvero una delle prove più importanti della colpevolezza di Stasi. Il comunicato della procura di Pavia allude a una qualche rimozione malandrina. E il sospetto della procura, ieri, è stato prontamente trasformato in verità acclarata: i carabinieri, è la lettura data da molti giornali, hanno nascosto in modo criminale quei rilievi solo per incastrare Stasi e con quelle prove sarebbe stato possibile già diciannove anni fa scagionare l’ex fidanzato di Chiara Poggi.
La distorsione è evidente: una tesi della difesa di Stasi, ripresa e valorizzata dai pm che indagano Sempio, entra in un comunicato della procura di Pavia e, per effetto dell’autorevolezza della fonte che la ospita, quella verità parziale diventa una verità certificata. La verità è parziale non solo perché è una verità di parte ma perché, andando a leggere con attenzione le carte, si può scoprire facilmente (a) che le analisi di cui stiamo parlando non erano nascoste in un cassetto, secondo la ricostruzione di chi contesta la versione della procura, ma erano a disposizione delle parti e che (b) a fronte dei risultati negativi relativi alla presenza di Dna di Chiara Poggi sui famosi pedali esistono tre risultati positivi (uno parziale con sei marcatori e due completi con tutti i marcatori) che dimostrano la presenza del Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi. Ad alcuni rilievi è stato dato peso, ad altri no. Tutto questo non per provare a entrare in una discussione spericolata su chi sia innocente, su chi sia il colpevole, su quale sia il vero mandante, su quale sia il vero responsabile dell’omicidio.
Tutto questo lo scriviamo per provare a illuminare una piccola verità che meriterebbe di non sparire nel dibattito tra le tifoserie: se si vuole considerare Stasi vittima di un processo caratterizzato da lacune, misteri, incertezze, non si può adottare nei confronti di altri soggetti, come Sempio, o degli stessi uomini del Ris, lo stesso metodo della gogna, del linciaggio, della forca, che si chiede giustamente di non adottare contro Stasi. Il caso Garlasco è lì da diciannove anni a mostrarci il peggio del nostro sistema giudiziario. Per non replicare gli errori commessi in questi diciannove anni basterebbe ripartire dalle basi e ricordare magari che in uno stato di diritto le prove contano più delle allusioni, che il processo che si tiene in un’aula di tribunale conta più di quello che si tiene sulle prime pagine dei giornali e che alla tesi di una procura non basta un buon titolo di un giornale per diventare verità.