dopo la sentenza
Appello, prescrizione e risarcimenti: tutti i nodi della sentenza Regeni
La difesa annuncia il ricorso alla Consulta, la prescrizione del sequestro può scattare nell’agosto 2028 e si riapre il dubbio sul processo celebrato senza gli imputati. Anche la procura valuta l’appello
30 SET 26

Processo per la morte di Giulio Regeni (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse)
Roma. “Presenteremo appello contro la sentenza di primo grado sul caso Regeni”, annuncia al Foglio l’avvocato Tranquillino Sarno, legale d’ufficio di Athar Kamel Mohamed Ibrahim, uno dei tre agenti egiziani condannati per il sequestro del ricercatore italiano. “Lo faremo da una parte impugnando l’ordinanza della Corte d’assise sulla dichiarazione di assenza degli imputati, visto che ciò è possibile anche senza la procura speciale degli imputati. Inoltre solleveremo questione di legittimità costituzionale della norma che non ci consente di presentare appello nel merito in questo specifico processo”. Ma intanto si apre il tema della prescrizione. (Antonucci segue a pagina quattro)
“La Corte costituzionale – spiega l’avvocato Sarno – ha creato una norma che stabilisce che in questo specifico caso l’imputato può essere processato anche senza prova della sua chiamata in giudizio. Visto che questo è un unicum, chiederemo alla Consulta se almeno in questo caso è incostituzionale anche la norma che prevede l’impossibilità per il difensore d’ufficio di impugnare la sentenza, se non munito di procura speciale dell’imputato”.
Insomma, le difese si preparano a far valere le proprie ragioni di fronte a una sentenza giunta al termine di un processo “segnato da una palese compromissione del diritto di difesa”. Come abbiamo evidenziato ieri, infatti, i difensori d’ufficio degli agenti egiziani sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare (non si sa se ancora vivi o morti), non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura. Alla fine la Corte d’assise di Roma ha prodotto una sentenza che accontenta e scontenta tutti contemporaneamente. Sono infatti stati condannati tre imputati su quattro, ma a dieci anni rispetto alle pesanti richieste avanzate dalla procura (un ergastolo e 17 anni e mezzo). Soprattutto, i giudici hanno riconosciuto soltanto il reato di sequestro di persona ma non anche quelli di lesioni e omicidio, così come le aggravanti configurate dai pm. Per questo, anche la procura di Roma attenderà il deposito delle motivazioni per valutare se impugnare la sentenza.
Nel frattempo, però, si aprono scenari inediti. Innanzitutto, la caduta dei reati di omicidio, lesioni e di alcune aggravanti del sequestro di persona rende concreto il rischio che possano scattare i termini di prescrizione (non previsti invece nel caso di omicidio): per il sequestro di persona commesso da pubblici ufficiali è previsto un termine di 10 anni, che aumenta a 12 anni e mezzo in virtù dell’aumento di un quarto conseguente agli atti interruttivi. In altre parole, il reato di sequestro di persona “semplice” potrebbe andare in prescrizione nell’agosto 2028: difficile pensare che si possa svolgere un processo di appello entro quella data.
La seconda questione tecnica, ma ancora più rilevante nella sostanza, riguarda la stessa possibilità di continuare a celebrare il processo. Per far iniziare il dibattimento è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale del 2023 che stabilisse che per i reati assimilabili alla tortura (all’epoca non ancora previsto nel nostro ordinamento) il processo può svolgersi in assenza dell’imputato anche quando non sia possibile dimostrare che abbia avuto conoscenza della sua pendenza, se ciò dipende dalla mancata cooperazione dello stato di appartenenza. Ma ora che il reato di lesioni e le aggravanti (come sevizie e crudeltà) che potevano assimilare i reati a quello di tortura sono venuti meno, la celebrazione del processo può ancora ritenersi legittima?
Un altro aspetto delicato riguarda le provvisionali esecutive assegnate dalla Corte d’assise in favore delle parti civili per complessivi 650 mila euro, di cui 150 mila euro in favore della presidenza del Consiglio. C’è chi ha sostenuto che, vista l’irreperibilità degli imputati, il governo italiano dovrà chiedere la somma al Cairo, aprendo un problema diplomatico. In realtà i risarcimenti sono a carico dei tre imputati condannati, non dell’Egitto. Per accollare all’Egitto il risarcimento occorrerebbe eventualmente un’altra sentenza di un giudice civile.
Ermes Antonucci
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]
