Contro il giornalismo che è diventato cronaca delle inchieste altrui: di una procura o dell’intelligence

Fonti opache, testimoni ambigui, verifiche impossibili. Mentre la vivisezione di indizi, intercettazioni, immagini affossa ogni residua fiducia nella macchina della giustizia. Una testimonianza sul campo
28 SET 26
Ultimo aggiornamento: 12:39
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Foto LaPresse

Non c’è un testimone incappucciato, un microfono che insegue il sospettato, una intercettazione telefonica spuntata da un’inchiesta ancora segreta. Eppure quell’articolo – un reportage, un retroscena, la cronaca ragionata destinata a un rotocalco settimanale – senza volerlo essere, è la prima inchiesta giornalistica del dopoguerra. E’ il 16 aprile del 1950 quando Tommaso Besozzi firma sull’Europeo la ricostruzione, piena di ombre, dell’omicidio di Salvatore Giuliano: dubbi su dubbi, testimonianze, ancora dubbi, fino a smontare la ricostruzione ufficiale. Trent’anni dopo, Joe Marrazzo racconterà vita e misfatti di Raffaele Cutolo affidando alle telecamere della Rai la voce dello stesso capocamorra e dei suoi amici e sodali. Interviste, come quelle de “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, in cui i protagonisti parlano in presa diretta, senza mediazioni, rispondendo (o non rispondendo affatto) alle domande del giornalista. Anche in questo caso, niente inseguimenti, niente cappucci, niente frazioni di brogliacci di incerta provenienza. Ma la ricostruzione di pezzi di storia italiana svincolata dalle logiche dei processi penali, nei quali si parla di fatti-reato e non di tutti i fatti, di contesti, di sentimenti. Una pretesa ben più nobile e ambiziosa, certamente più funzionale alla ricerca della verità storica.
Eppure. Eppure a un certo punto il giornalismo d’inchiesta si è trasformato, prima per gradi, poi del tutto, nella cronaca delle inchieste altrui: degli uffici di Procura quando va bene; dell’intelligence poi. Senza possibilità di verifica, senza possibilità di analisi critica, con il rischio altissimo di diventare inconsapevoli portatori di depistaggi. Chiunque si sia occupato di cronaca giudiziaria ha in agenda i numeri di qualche spia, di qualche fonte opaca, di testimoni ambigui. Contatti da maneggiare con grande cautela o non maneggiare affatto, al massimo da trattare come una lettera anonima, da leggere e cestinare se non è possibile una verifica rafforzata. Eppure a un certo punto queste fonti hanno preso il sopravvento, e non si spiegherebbe altrimenti il proliferare di agenzie private di informazioni raccolte illegalmente, e non necessariamente vere, certamente parziali, finite poi sui giornali o nei programmi televisivi. E a molti è sembrato addirittura un fatto buono, a fronte del proliferare di comunicati stampa inutili – le cronache locali e i piccoli siti web ne sono pieni – privi anche delle informazioni essenziali (chi, come, dove, quando, perché) in nome di una teorica presunzione d’innocenza. Che gli uffici investigativi, nella comunicazione istituzionale, devono declinare con la moderazione del linguaggio e una clausola di stile che ricorda la parzialità delle notizie diffuse; ma i giornalisti con la verifica, l’approfondimento autonomo, il confronto con i difensori, l’ascolto dei testimoni e, perché no, la smentita di dettagli che risultano fuori registro o addirittura sbagliati. A volte è sufficiente attingere all’archivio personale, altre alla memoria, altre ancora alla curiosità professionale.
Un esempio? E’ contenuto negli atti dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci, un baco che possiamo chiamare “Corrado”. E’ un nome che compare nelle intercettazioni tra gli autori materiali del fatto, e di cui si è discusso per giorni. Fino a quando il Domani ha svelato il mistero: Corrado non esiste, è un errore di trascrizione. Ebbene, qualunque cronista di giudiziaria si è imbattuto in errori analoghi, scoperti solo durante il dibattimento quando un perito ha supervisionato le conversazioni telefoniche o ambientali. Il testo sbobinato dal poliziotto (carabiniere, finanziere) aveva già provocato un danno gravissimo, magari l’arresto dell’indagato. E non si tratta di casi rari, anzi. “Corrado” sta lì a ricordarci che il materiale investigativo che circola prima dei processi è materiale grezzo, da utilizzare con molta attenzione e doveroso distacco. Non è, insomma, la prova di una verità rivelata.
Pensate, per esempio, alle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi e all’audio di Alberto Stasi che chiama il 118: nasce dall’interpretazione del tono della voce la leggenda del freddo e algido biondino dagli occhi di ghiaccio (banalmente celeste chiaro). La storia di questi ultimi mesi racconterà altro. Nel frattempo, la vivisezione quotidiana di indizi, foto, immagini, vocali, intercettazioni, ha definitivamente affossato ogni residua fiducia nella macchina della giustizia, consegnando ai posteri la disarmante consapevolezza che, come titolò Besozzi, “l’unica cosa certa è che è morto”.
   
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Rosaria Capacchione, giornalista, è nata a Napoli. Nel 2008 ha pubblicato il libro inchiesta “L’oro della camorra”. Più volte minacciata di morte, da allora vive sotto scorta. Dal 2013 al 2018 è stata senatrice, eletta nelle liste del Pd.