“No al catastrofismo: l’AI può migliorare la giustizia”. Parla la giudice Fernanda Iannone

La consigliera della Corte d'Appello di Napoli ed esperta di digitale a livello europeo: “L’intelligenza artificiale è uno strumento ineludibile. Il compito ora è preparare i magistrati che dovranno utilizzarla. Dobbiamo comprenderla fino in fondo, altrimenti non potremo governarla”

26 SET 26
Tradotto con IA
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Ansa

"Sono un’indomabile ottimista dell’intelligenza artificiale e dei valori che può portare nel mondo della giustizia”. Fernanda Iannone, giudice della Corte d’Appello di Napoli, digital ambassador dell’European Judicial Training Network (la rete europea per la formazione giudiziaria) e candidata alle prossime elezioni del Csm, non appartiene al partito degli apocalittici dell’algoritmo. “L’uso corretto dell’AI può anche migliorare l’igiene decisionale del giudice”, dice. Per igiene decisionale si intende la qualità del percorso con cui il magistrato forma autonomamente il proprio convincimento, al riparo da condizionamenti esterni. Il punto fermo, per lei, è che sia sempre il magistrato a governare la macchina, e non il contrario.
La questione, dunque, non è se l’AI entrerà nel lavoro giudiziario, ma a quali condizioni: può aiutare a leggere meglio gli atti e a verificare le ipotesi, purché non sostituisca il percorso autonomo della decisione. “Immaginiamo che il giudice chieda a un sistema generativo di analizzare un fascicolo e riceva una risposta ben strutturata, con ricostruzione dei fatti, argomenti a favore e contro e una conclusione suggerita”, dice Iannone. A quel punto l’output può produrre un “ancoraggio”: orientare l’attenzione del giudice, facendo apparire centrali alcuni fatti e marginali altri.
Da qui discendono quattro rischi. Il primo è la “reinterpretazione”: l’AI non restituisce semplicemente i dati, ma li seleziona, li ordina, li gerarchizza e li collega. Il secondo è l’“ancoraggio algoritmico”: la macchina prospetta una soluzione prima che il giudice abbia formato autonomamente la propria ipotesi. Il terzo è la “delega cognitiva”: “Il magistrato continua a firmare e a motivare, ma delega alla macchina la selezione delle questioni e la ricerca delle alternative”. Il quarto è “l’illusione del controllo umano”: il giudice interviene solo alla fine, per correggere o scegliere tra soluzioni costruite dalla macchina.
Per ridurre questi rischi, secondo Iannone, “serve un controllo continuo: verificare le fonti, confrontare ipotesi alternative e distinguere tra acquisizione delle informazioni e loro valutazione. L’obiettivo è evitare che l’output diventi una scorciatoia cognitiva e preservare l’autonomia del convincimento del magistrato”.
Questa distinzione tra uso analitico e uso decisorio è anche la linea su cui si gioca il nuovo equilibrio delle regole.
Con la delibera del 22 luglio il Csm ha aggiornato le raccomandazioni sull’AI e ampliato l’uso di Microsoft 365 Copilot: lo strumento può essere impiegato anche su atti giudiziari, purché resti nella fase analitica e ricostruttiva. Può classificare atti, sintetizzare documenti e ricostruire le posizioni delle parti. Restano escluse la valutazione delle prove, la redazione dei provvedimenti e la formazione del convincimento.
Iannone giudica quello di luglio un cambio di passo: da una disciplina “prevalentemente prudenziale” si passa a una regolazione che “concede un po’ di spazio in più ai magistrati”. Ma l’apertura non è stata ancora accompagnata da una formazione uniforme. “Siamo a settembre e molti non hanno ancora letto la delibera di luglio, altri non hanno avuto formazione. C’è ancora un po’ di confusione”, dice. Insomma, la cassetta degli attrezzi c’è, ma non tutti sanno usarla.
Per Iannone non basta la formazione teorica. Servono training on the job, laboratori ed esercitazioni concrete: “E’ l’unico modo per consentire al collega, mentre sta usando l’intelligenza artificiale, di capire perché quel tipo di prompt va bene e l’altro no, quale condiziona l’igiene decisionale e quale no”.
E la giustizia predittiva? “L’espressione evoca un giudice sostituito da un algoritmo ed è un’immagine fuorviante. La statistica dei precedenti descrive il passato, non decide il caso concreto: è un dato di contesto, mai un criterio di giudizio”. Il nodo, per Iannone, sono i dati. “Dagli archivi dei provvedimenti si possono inferire stili decisionali e orientamenti del singolo magistrato: una profilazione incompatibile con l’indipendenza. E anonimizzare non significa solo cancellare un nome: anche dati anonimizzati possono essere reidentificati incrociandoli con altre fonti”. L’uso più promettente è un altro: “Quando il giudice ha già formato autonomamente la propria ipotesi, può chiedere al sistema quali elementi degli atti la contraddicono. La macchina non suggerisce la decisione, la costringe a reggere l’obiezione”.
Per Iannone, dunque, la direzione è segnata: “L’intelligenza artificiale è uno strumento ineludibile”. Il compito, ora, è preparare chi dovrà utilizzarla: “Dobbiamo comprenderla fino in fondo. Altrimenti non potremo governarla”.