l'intervista
Gaia Tortora: "Dall’aborto alla giustizia, con la morte di Emma si chiude un’epoca fondamentale sui diritti"
La vicedirettrice del Tg La7: "Emma Bonino era l’ultimo baluardo sui diritti e io adesso ho un po’ più paura. Oggi in politica non c’è nessuno in grado di portare avanti le sue battaglie"

Gaia Tortora (foto Ansa)
“Con la morte di Emma Bonino si chiude veramente un’epoca sui diritti civili che è stata fondamentale. Mi riferisco all’aborto, al divorzio, alla giustizia, all’Europa. Senza voler fare una santificazione, anche perché Emma era allergica a ogni tipo di retorica, piagnisteo o vittimismo, quando ho letto la notizia della sua morte ho avvertito una sensazione particolare: se con la morte di Pannella la luce si era dimezzata, con la morte di Bonino la luce si è spenta definitivamente. Perché oggi in politica non c’è nessuno in grado di portare avanti quelle battaglie. L’ultimo baluardo sui diritti era lei e io adesso ho un po’ più paura”. Lo dice al Foglio Gaia Tortora, vicedirettrice del Tg La7, figlia di Enzo Tortora.
“Pur essendo minoranza politica – aggiunge Tortora – Bonino e i radicali hanno vinto battaglie enormi. Hanno vinto sul divorzio e sull’aborto in un paese cattolico: cosa c’è di più? Purtroppo non è andata così bene anche con le battaglie per una giustizia giusta. Evidentemente la giustizia rappresenta un ambito più complesso, ancora oggi, sia perché il garantismo non ci appartiene culturalmente sia perché ci si deve scontrare con un apparato di potere molto ben organizzato”.
Proprio la vicenda di Enzo Tortora rappresentò per Bonino una cesura politica e culturale. Il presentatore, arrestato nel 1983, accusato sulla base delle dichiarazioni dei pentiti e poi assolto con formula piena, divenne per i radicali il simbolo di una giustizia capace di trasformare un’accusa in una condanna collettiva prima ancora della sentenza. Nel 2020 Bonino definì il conduttore di “Portobello” come “la prima vittima celebre del giustizialismo, della spettacolarizzazione”, aggiungendo con amarezza che “quei giudici hanno fatto carriera”.
Da quella vicenda nacque una parte decisiva della battaglia radicale sulla responsabilità civile dei magistrati. Il referendum del 1987, al quale parteciparono oltre 20 milioni di italiani e che raccolse circa l’80 per cento di Sì, avrebbe dovuto introdurre un principio elementare: chi subisce un danno ingiusto a causa della giustizia deve poter ottenere una riparazione effettiva. La legge Vassalli avrebbe poi fortemente limitato la concreta applicazione di quel principio, e Bonino continuò a considerare la questione tutt’altro che chiusa.
Nel 2006, parlando della separazione delle carriere, la collegò esplicitamente proprio al caso Tortora e al referendum sulla responsabilità civile: “Anche questa è una battaglia molto antica”. Nel 2022 Bonino pronunciò forse la sintesi più efficace della sua idea della giustizia: “La battaglia per una giustizia giusta è la battaglia delle battaglie”. Non una battaglia specialistica per addetti ai lavori, ma il punto da cui passavano “i diritti umani, le libertà economiche e civili, la difesa dei più deboli” e, soprattutto, “lo stato di diritto e quindi la democrazia del nostro paese”.
Il suo garantismo comprendeva naturalmente il carcere. Bonino si schierò contro l’abuso della custodia cautelare, ricordando che nelle carceri italiane c’erano persone “non ancora condannate ma solo indagate o processate”. La custodia preventiva, diceva, “non può essere la regola”.
Ma il bersaglio di Bonino non era soltanto la custodia cautelare. Nel 2021, presentando i referendum radicali sulla giustizia, individuava ancora “macigni” che nessuna riforma sembrava avere il coraggio di affrontare: “l'obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità civile dei magistrati” e “la riforma del Consiglio superiore della magistratura”. Erano, nelle sue parole, questioni che la politica continuava a rimandare da decenni.
Il 19 marzo 2026 Bonino si schierò pubblicamente per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia promosso dal governo Meloni: “La separazione delle carriere è sempre stata una battaglia mia e di Marco Pannella. Voterò e voterò sì alla riforma”, disse. La leader radicale, però, intervenne soltanto una volta durante la campagna referendaria, come a manifestare la non adesione completa alla riforma Nordio.
Sono seguiti poi mesi fatti spesso di silenzi. “Ho sempre avuto rispetto per questa sua riservatezza, fino alla fine – dice Gaia Tortora –. Secondo me avrebbe voluto che la sua uscita di scena si concentrasse sulle cose concrete da lei fatte, senza retorica né santificazioni. Il tema vero, già emerso con la morte di Pannella ma che diventa ancora di più attuale ora dopo la morte di Emma, è: chi è in grado di raccogliere questa eredità? Io non vedo nessuno”, conclude la giornalista di La7.