Corrado, l’immancabile “grande vecchio” che spunta dietro Lavitola

Lo strafalcione nella trascrizione di una intercettazione ci regala la radiografia del riflesso naturale del giornalismo d’inchiesta alle vongole. Una storia breve ma intensa intorno al caso Ranucci e Report

7 SET 26
Ultimo aggiornamento: 08:16
Immagine di Corrado, l’immancabile “grande vecchio” che spunta dietro Lavitola
La breve ma intensa storia di “Corrado”, un inesistente signore divenuto per alcune settimane protagonista immaginario della grande macchinazione contro Sigfrido Ranucci e Report, ci offre l’occasione di una duplice riflessione. Perché innanzitutto oggi sappiamo (grazie a un ficcante approfondimento del Domani) che questa clamorosa bufala nasce dalla erronea trascrizione della intercettazione ambientale di una conversazione tra gli ormai confessi manovali dell’attentato farlocco, e questo è già un gran bel tema, che dovrebbe pur insegnarci qualcosa (ma non accadrà) su questo totem intoccabile per investigatori e giornalisti (“d’inchiesta”, innanzitutto). E poi perché il signor Corrado è puntualissimamente divenuto, agli occhi dello stesso Ranucci, e a seguire di tutti i più scatenati teorici del “chi c’è dietro Lavitola”, l’immancabile grande vecchio di questa ormai esilarante commedia all’italiana che stiamo vivendo in questi nostri disgraziati tempi. Quindi anche questo è un bel tema: in ogni vicenda, giudiziaria, criminale o politica che si rispetti, deve necessariamente esserci un “grande vecchio”, la cui letale esistenza noi comuni mortali nemmeno immagineremmo se non grazie alla provvidenziale opera del manipolo di eletti, i giornalisti d’inchiesta appunto, abituati per talento naturale ad andare ben oltre il nostro pigro orizzonte cognitivo. Senza un grande vecchio, non c’è storia che meriti di essere raccontata.
Bene. Iniziamo allora dall’errore di ascolto del maresciallo, in verità messo alla prova, a quanto pare, da uno slang dell’entroterra campano incomprensibile anche per un campano. Lui scrive più o meno che gli attentatori convengono tra di loro che, mentre impazzano le indagini della Procura di Roma, si debba urgentemente parlare con “Corrado”, e l’ordinanza cautelare importa lo strafalcione. Qui innanzitutto vorrei fosse chiaro che di errori trascrittivi del genere, anche molto più gravi, è piena la storia giudiziaria del nostro paese. Lancio anzi al direttore di questo giornale l’idea di una raccolta nazionale, rigorosamente documentata, di trascrizioni decisivamente errate, da pubblicare a futura memoria: sarebbe peraltro una lettura gustosissima, anche se spesso tragica. Nel processo tarantino “Ambiente svenduto”, tanto per fare un esempio, un autorevole avvocato amministrativista di fiducia del gruppo Riva è stato coinvolto e travolto dall’inchiesta, in base principalmente a una intercettazione nella quale, secondo il maresciallo, lo sventurato diceva, con grande soddisfazione degli inquirenti, “abbiamo inquinato gli atti” (ma si può?!), mentre – si accerterà definitivamente in dibattimento – aveva ovviamente detto “abbiamo impugnato gli atti”. Ma insomma, ogni avvocato penalista potrebbe raccontarne a centinaia. Diamo per scontata la buona fede dei marescialli (ma non è sempre facile, né noi –come si dice a Roma – scendiamo dalla montagna del sapone), e traiamo però l’unica conseguenza sensata da queste storie: le intercettazioni, e le loro trascrizioni, sono lo strumento di ricerca della prova probabilmente più inaffidabile che ci sia, non fosse altro perché la traduzione in scrittura del linguaggio parlato è, perciò solo, una forma di autentica falsificazione di quel dato; e anche perché occorrerebbe una formazione professionale adeguata per chi è chiamato ad ascoltare e trascrivere (per il futuro, confidiamo magari nei prodigi dell’AI). Dovrebbe bastare questa consapevolezza per porre fine alla strabordante idolatria della conversazione intercettata, preda prelibata dei giornalisti segugi, e soprattutto troppo spesso approdo investigativo conclusivo soprattutto per pm e gip, invece che prudente punto di partenza, bisognevole di duplici o triplici riscontri, oltre che di una robusta scorta di buon senso. Dovrebbe dicevo, ma dubito accadrà.
Torniamo allora al nostro signor Corrado, che ci regala altresì la radiografia del riflesso naturale del giornalismo d’inchiesta alle vongole. Prima ancora di compiere la benché minima verifica sulla trascrizione (gli atti di Polizia, le trascrizioni delle intercettazioni e le dichiarazioni dei pentiti per questa categoria di giornalisti rappresentano verità scolpite nella pietra), Sigfrido Ranucci, aiutato dal suo fiuto investigativo, dice a colui che in quello stesso momento egli ignora essere il mandante del suo attentato “dai retta a me, bisogna andare a cercare chi è Corrado”, e la vicenda sarà risolta. Poi svolge rapidamente i suoi approfondimenti, e dichiara al Fatto Quotidiano (e a chi altri, sennò?) che Corrado era il soprannome, o forse il nome di copertura, nientedimeno che di Marco Mancini, gran visir dei Servizi nostrani (il quale nega e querela). Tutto chiaro, no? Ecco il grande vecchio, ecco spiegata la macchinazione per assassinare il libero giornalismo d’inchiesta. “Sapevatelo”, direbbe un Corrado in carne e ossa (Guzzanti, per i pochi ignari). Dietro questa felice intuizione, questo grande colpo del maestro, tutta una sfilza di epigoni si esibirà nei giorni successivi, sui social, sui giornali e nelle trasmissioni di approfondimento, nelle più fantasmagoriche e assertive ricostruzioni della identità del grande vecchio, che sia Mancini o chi per lui non importa. Ciò che conta è la conferma della esistenza del “mandante del mandante”, ce lo abbiamo ormai, gli stiamo con il fiato sul collo, presto il grande complotto sarà disvelato. Si chiama, o viene chiamato, “Corrado”, ce lo garantisce – tenetevi forte – una santa intercettazione, ce lo conferma e assicura il Maresciallo. Sipario.