un'indagine singolare
I guanti di velluto dei pm di Roma sul caso Lavitola-Ranucci
La procura romana ha indagato Lavitola come mandante dell'attentato ma poi lo ha lasciato libero 37 giorni di parlare con chiunque, incluso Ranucci, inquinando così il quadro probatorio. Ora i pm scoprono che Lavitola ha cancellato molte chat scambiate con Ranucci, ma per recuperarle non acquisisce il telefono dell'ex conduttore di Report

C’è qualcosa di molto curioso nel modo in cui la procura di Roma sta conducendo l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Riguarda i tempi con cui sono state adottate alcune decisioni cruciali (in particolare l’arresto del presunto mandante, Valter Lavitola) e, soprattutto, i tempi con cui altre decisioni altrettanto importanti ancora non arrivano (come l’acquisizione delle chat sullo smartphone di Ranucci).
Il 4 luglio i carabinieri perquisiscono Lavitola e gli sequestrano tre telefoni, pen drive, manoscritti e materiale informatico. E’ un momento decisivo dell’inchiesta. Lavitola è ormai sotto la lente degli investigatori. Sa di essere indagato. Sa che i suoi dispositivi sono stati acquisiti e sa che gli investigatori stanno ricostruendo i suoi rapporti con Ranucci e con gli altri protagonisti della vicenda. Eppure rimane libero per altri 37 giorni.
Trentasette giorni nei quali ha potuto continuare a telefonare, incontrare persone, parlare dell’inchiesta, organizzare la propria difesa e coltivare i propri rapporti. E infatti Lavitola ha parlato, anche con Ranucci. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio, poche ore dopo la perquisizione, Lavitola conversa per circa due ore con l’allora conduttore di Report. La telefonata viene captata attraverso un’intercettazione ambientale. I due discutono dell’inchiesta, dei sospetti degli investigatori e della presenza di Lavitola e di Gomes Clesio Tavares nei pressi della casa di Ranucci a Torvaianica. Cercano spiegazioni, ricostruiscono percorsi, ragionano su possibili giustificazioni.
Due giorni dopo, il 6 luglio, Lavitola parla con Tavares, che per gli investigatori rappresenta il collegamento con gli esecutori materiali dell’attentato. Tavares è in Camerun. Lavitola gli comunica informazioni sull’accusa e lo indirizza verso i propri avvocati. In una delle conversazioni emerge anche la preoccupazione per ciò che i due potrebbero dirsi e per il rischio che parlare possa danneggiarli. Tutto questo accade mentre Lavitola è libero. La procura lo arresta il 10 agosto.
E’ una scelta investigativa piuttosto singolare. Per 37 giorni, infatti, il presunto mandante dell’attentato è stato lasciato libero di parlare con chiunque, inclusa la persona offesa e un altro soggetto ritenuto centrale nell’inchiesta, con ovvie ripercussioni sul quadro probatorio.
Negli ultimi giorni questa singolare strategia investigativa ha fatto emergere un altro problema. Da un’analisi dei telefoni sequestrati a Lavitola gli investigatori avrebbero appreso che molte delle conversazioni avute dal faccendiere con Ranucci sulle applicazioni Signal e WhatsApp sono state cancellate. Nei dispositivi non vi è quasi traccia dei contatti tra Lavitola ed esponenti dei servizi segreti, legami che la polizia giudiziaria ha invece documentato attraverso canali paralleli e inoltre figurano pochissimi elementi sulla vicenda dei carbon credit e sugli affari in Africa, con cui l’ex direttore dell’Avanti si era spesso confrontato con Ranucci. In altre parole, sapendo di essere finito al centro dell’inchiesta, Lavitola avrebbe cancellato dai propri smartphone moltissime chat e lasciato solo ciò che desiderava venisse trovato.
Da qui la domanda ovvia: perché i pm non vanno a vedere se quei messaggi sono ancora sul telefono di Ranucci? Le conversazioni che Lavitola ha cancellato dal proprio dispositivo potrebbero infatti essere ancora presenti sullo smartphone di Ranucci. Una copia forense dello smartphone dell’ex conduttore di Report consentirebbe di verificare quali comunicazioni siano sopravvissute, ricostruire la cronologia dei rapporti, confrontare le versioni e soprattutto stabilire che cosa si siano realmente detti i due. Ciò anche a tutela della persona offesa, cioè Ranucci. Invece la procura di Roma preferisce non muoversi, di nuovo.