il caso
Il violentatore di Torino è straniero, ma i giornali si autocensurano. Il trionfo del woke giudiziario
E’ un extracomunitario senza fissa dimora l’uomo che a Torino ha commesso due violenze sessuali nel giro di 40 minuti, prima nei confronti di una donna adulta e poi di una tredicenne. Dopo l’arresto, l’uomo è stato rimesso in libertà dal gip con motivazioni incredibili. Il ministro Nordio invia gli ispettori

Ansa
E’ un extracomunitario senza fissa dimora l’uomo che venerdì a Torino ha commesso due violenze sessuali nel giro di 40 minuti, prima nei confronti di una donna non ancora identificata e poi nei confronti di una tredicenne. Dopo solo due notti dall’arresto, l’uomo è stato rimesso in libertà dal gip perché si è “dimostrato collaborativo” e ha “mostrato resipiscenza”. Motivazioni incredibili che hanno spinto il ministro della Giustizia Nordio a disporre l’invio degli ispettori al tribunale di Torino per effettuare verifiche. La vicenda è stata raccontata ieri sulla Stampa ma in modo monco: mancava infatti qualsiasi riferimento alla nazionalità dell’uomo, tanto che ai lettori sembrava scontato che fosse italiano. Non è così, come ha verificato il Foglio. I paradossi del woke giudiziario. (Antonucci segue nell’inserto VI)
La decisione di non specificare la nazionalità dell’uomo appare paradossale e motivata da uno spirito woke che da tempo ha preso piede in maniera evidente anche nella cronaca giudiziaria. Quando gli autori dei fatti di cronaca sono italiani, la loro provenienza geografica viene tranquillamente specificata: “Un uomo di origini lombarde”, “un giovane di origini pugliesi”. Se invece gli autori dei reati sono stranieri, spesso, come in questo caso, la loro nazionalità viene addirittura omessa, come se riportarla fosse l’espressione di un approccio intollerante o razzista. Così la libertà di stampa si autolimita in nome di un estremismo woke che dimostra di non avere alcun senso.
Nella vicenda di Torino, l’uomo che ha consumato la doppia violenza sessuale (di cui una aggravata, essendo stata compiuta nei confronti di una tredicenne) non solo risulta essere cittadino extracomunitario (originario del Bangladesh), ma anche un senza fissa dimora. Un’altra informazione che meriterebbe di essere fornita ai lettori.
Ma non è tutto. La cittadinanza dell’indagato e la sua situazione di vita non sono le uniche informazioni che non sono state date ai lettori. Mentre è stato reso noto il nome del pubblico ministero che indaga, Paolo Cappelli, è stato chirurgicamente omesso il nome del giudice che ha disposto la scarcerazione dell’uomo. Eppure, il giudice adotta le sue decisioni in nome del popolo italiano: per quale motivo bisognerebbe censurare la sua identità? Leggendo le carte, comunque, si scopre che il giudice si chiama Anna Mascolo.
L’identità del giudice è tanto più importante se si guarda alle motivazioni usate nell’ordinanza con cui ha rigettato la richiesta di applicare la misura cautelare del carcere all’indagato, rimettendolo in libertà e sottoponendolo a un blando obbligo di firma. Se infatti è legittimo in una democrazia sottoporre un provvedimento giudiziario al diritto di critica, non si comprende come questo diritto possa essere esercitato senza conoscere l’identità del giudice, che peraltro di quel provvedimento si assume la responsabilità.
Ebbene, nell’ordinanza si legge che l’uomo, di 42 anni, lavora in un minimarket di Madonna di Campagna, estrema periferia nord di Torino. Nella mattinata di venerdì scorso, come risulta documentato dalle telecamere interne del negozio, una donna di circa 40 anni fa ingresso nel minimarket per l’acquisto di generi alimentari. Poco dopo viene “ripetutamente avvicinata e palpata ai glutei dall’indagato”. La donna scappa.
Pochi minuti dopo, l’indagato si avvicina alla ragazza di 13 anni, le parla, le chiede quanti anni ha. “Io gli rispondevo 13 anni e lui diceva ‘molto giovane’”, racconterà la giovane. Subito dopo la ragazza viene abbracciata dall’uomo e palpata al seno. “Costretta a subire atti sessuali”, scriverà il pm. La ragazza scappa, è sotto shock. Chiama la madre, che denuncia il caso alle forze dell’ordine.
L’uomo viene sottoposto a fermo, trascorre due notti al carcere “Lorusso e Cutugno”. A quel punto il pm chiede di applicare la misura della custodia cautelare in carcere, sottolineando che l’indagato ha agito “nella piena consapevolezza del fatto che la persona offesa aveva tredici anni” e che in precedenza ha compiuto analoga violenza sessuale nei confronti di un’altra donna. “E’ chiaro che egli, se libero, compierebbe altre condotte di reato analoghe a quella descritta in imputazione”, afferma il pm, sottolineando anche il pericolo di fuga dell’indagato, trattandosi di “cittadino extracomunitario senza fissa dimora e stabile attività lavorativa in Italia”.
La gip Mascolo, però, pur ritenendo sussistenti i “gravi indizi di colpevolezza” a carico dell’indagato, così come “le esigenze cautelari”, dal momento che la doppia violenza sessuale “evidenzia la difficoltà dell’indagato a contenere i suoi impulsi”, decide di respingere la richiesta del pm e di rimettere in libertà l’uomo, imponendogli soltanto l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia. Ciò in ragione della sua incensuratezza, del suo “comportamento collaborativo”, della “resipiscenza dimostrata nel corso dell’interrogatorio” e “dell’effetto deterrente cagionato dal trauma dell’arresto e dalla prima esperienza detentiva”. Motivazioni surreali, su cui ora il Guardasigilli Nordio vuole vederci chiaro.