Le correnti dell’Anm danno la caccia ai “collaborazionisti” del governo

In vista del rinnovo del Csm, i candidati designati dalle correnti si stanno scagliando contro i colleghi che invece hanno scelto di candidarsi in modo indipendente, accusati di rispondere a logiche politiche e di rappresentare un pericolo per l’indipendenza della magistratura. Da che pulpito

1 SET 26
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La caccia ai “collaborazionisti” del governo di centrodestra non sta riguardando soltanto la redazione di Report (e quei giornalisti che si sono detti disposti a continuare a lavorare pure senza Ranucci), ma anche la magistratura. In vista delle elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura (previste per il 25 e 26 ottobre), i candidati designati dalle correnti dell’Anm si stanno scagliando contro i colleghi che invece hanno scelto di candidarsi in modo indipendente. Questi ultimi, nelle chat interne e persino nella mailing list nazionale dell’Anm, vengono accusati di rispondere a logiche politiche, di essere espressione di gruppi di potere vicini al governo. In buona sostanza, vengono accusati di rappresentare un pericolo per l’indipendenza del futuro Csm. Come se la garanzia di indipendenza di un organo costituzionale come il Csm derivasse dal vincolo di fedeltà dei futuri consiglieri alle proprie correnti (cioè associazioni private), e non dalla loro libertà di scelta.
Tra i candidati indipendenti spiccano innanzitutto coloro che sono stati scelti tramite sorteggio, su iniziativa del “Comitato AltraProposta”. Questo comitato, che non è né una corrente né un gruppo organizzato, ha seguito un metodo inedito e innovativo: ha estratto a sorte, davanti a un notaio, tremila nomi dall’elenco di 6.244 magistrati idonei per l’elezione al Csm. Si è proceduto poi a un altro sorteggio e infine alla stesura della lista dei candidati che hanno accettato la proposta di candidarsi: Luca Lorenzetti (consigliere di Corte di Cassazione) per la categoria dei giudici di legittimità; Giacomo Pestelli (sostituto procuratore a Firenze) e Raffaele Barela (sostituto procuratore a Napoli) per la categoria dei pubblici ministeri; Luisa Ferracane (Corte d’appello di Torino), Francesco Lupia (tribunale di Tivoli), Antonino Fazio (presidente di sezione del tribunale di Piacenza), Emanuela Romano (tribunale di Bologna), Fabrizio Malagnino (tribunale di Lecce) e Maria Grazia Caserta (Corte d’appello di Bari) per la categoria dei giudici.
I candidati indipendenti sorteggiati si ispirano all’esempio di Andrea Mirenda, l’unico componente eletto nell’attuale consiliatura nella lista dei sorteggiati: un magistrato non appartenente ad alcuna corrente e senza alcuna precedente esperienza nell’Anm, ma che ha mostrato, al di là delle scelte di merito, di essere in grado di svolgere la funzione di consigliere togato in modo autorevole e indipendente. Insomma, per essere buoni consiglieri del Csm non serve essere espressione delle correnti.
Ma nel mirino delle correnti ci sono soprattutto alcuni magistrati che in passato sono stati esponenti di gruppi associativi, in particolare Magistratura indipendente (Mi), e che ora si sono candidati come indipendenti. Tra questi Cosimo Ferri, Annarita Donofrio, Vincenzo Depalma. Nei giorni scorsi abbiamo dato notizia del duro richiamo rivolto dai vertici di Mi ai suoi iscritti a votare i candidati selezionati dal gruppo e a rispettare così “il vincolo associativo”. La vicenda è stata oggetto di una dura email inviata nella mailing list dell’Anm dal giudice Glauco Zaccardi, candidato al Csm per Magistratura democratica. Nell’email, Zaccardi sostiene che “c’è una saldatura evidente” tra i candidati indipendenti e alcune testate (come il Foglio, accusato di essere in malafede) per attaccare le correnti, “usando lo stesso linguaggio delle forze che hanno sostenuto il sì al referendum” e “provare, magari, a prendersi il controllo del Csm” con un’alleanza con i laici di centrodestra. Insomma, un grande complotto che avrebbe ovviamente come obiettivo quello di ridurre l’autonomia e l’indipendenza del futuro Csm e quindi dell’intera magistratura.
Un piccolo dettaglio rende la vicenda ancora più surreale: il giudice Zaccardi, che ora attacca il Foglio e si erge a difensore dell’indipendenza delle toghe, è stato per sei anni (dal 2016 al 2022) ininterrottamente fuori ruolo come capo ufficio legislativo al ministero dell’Economia e delle finanze nei governi Renzi, Gentiloni, Conte 2 e Draghi. Alla faccia dell’indipendenza della magistratura.