L’antimafia vincente dei fatti e quella che preferisce il talk-show

Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica di Palermo, ha scritto un libro che è anche un atto d’accusa contro il processo mediatico modello Report. Magistrati che fanno e magistrati che parlano: scegliere da che parte stare non è poi così difficile
31 AGO 26
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Foto Lapresse

Report o non Report. Ranucci o non Ranucci. Lavitola o non Lavitola. Sondaggio o non sondaggio. Alla fine però il tema di fondo è quello: come si fa a cercare un’alternativa al modello del circo mediatico-giudiziario, fondato sulla gogna, sulla cultura del sospetto, sulla prevalenza delle allusioni sulle prove? Non sappiamo che direzione prenderà il Report del futuro ma sappiamo che chiunque andrà a condurre, in Italia o dal Mozambico, la trasmissione che fu di Gabanelli e poi di Ranucci dovrebbe ripartire dalle basi e dovrebbe provare a ragionare, prima di ogni altra cosa, su una differenza sostanziale che esiste nel mondo della giustizia, da cui i follower del modello Ranucci in questi anni hanno attinto a piene mani. Una differenza che esiste in molti ambiti ma che esiste soprattutto tra due categorie distinte di magistrati: quelli in lotta contro la mafia, contro i sistemi criminali, contro le cosche
Ci sono magistrati che, solitamente, si fanno riconoscere per quello che dicono, e che fanno impazzire di gioia i follower del modello Report. E poi ci sono magistrati che si fanno riconoscere per quello che fanno, e che vengono osservati con più diffidenza. La prima categoria di magistrati tende a dire molto, a chiacchierare molto, a offrire ai giornali molti titoli per far parlare di sé e tende a puntare molto su ciò che dice, piuttosto che su ciò che fa, anche per evitare che poi, osservando ciò che fa, si possa avere la contezza del tipo di magistrato di cui si stia parlando: molte chiacchiere, pochi fatti. La seconda categoria di magistrati, invece, tende a parlare poco, ad apparire poco, a non frequentare i salotti televisivi, a non rendere la propria voce riconoscibile, a non rendere il proprio volto virale, e tende a puntare molto sui fatti e poco sulle parole. La prima categoria di magistrati, quella composta da soggetti settati per funzionare più nelle sale dei talk-show che nelle aule di tribunale, comprende numerosi volti che è persino inutile elencare: basta accendere la tv. La seconda categoria di magistrati, che è quella prevalente in Italia, tende spesso a nascondersi, a non apparire, a preferire, comprensibilmente, la modalità dell’antimafia dei fatti, che poco piace ai salotti tv, piuttosto che la modalità dell’antimafia delle chiacchiere, che invece piace da impazzire ai follower del modello Report.
Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica di Palermo, che ha coordinato, senza troppe fanfare né ospitate televisive, le indagini culminate nell’arresto di Matteo Messina Denaro, ogni tanto, come alcuni suoi colleghi, sceglie di uscire timidamente dall’anonimato per rifilare qualche abbuscatina, come si direbbe a Palermo, all’antimafia delle chiacchiere. De Lucia, che negli ultimi giorni è finito al centro del dibattito pubblico per un grido d’allarme disperato per le condizioni delle carceri italiane in cui lo stato non sempre fa quello che dovrebbe fare, pochi giorni fa ha dato alle stampe un libro interessante, scritto con Salvo Palazzolo, su un tema apparentemente generico, “La mafia che cambia”. Ed è sufficiente sfogliare rapidamente le pagine del volume per capire che, con garbo, tra le righe, De Lucia ha offerto al pubblico un manuale formidabile per provare a distinguere l’antimafia della fuffa, o dei “soloni”, come da celebre citazione di Ninni Cassarà, con circo mediatico al seguito, dall’antimafia dei fatti. La tesi del libro, tesi che potrebbe tornare utile a chiunque voglia costruire nel futuro una qualsiasi trasmissione fondata sulle prove e non sulle chiacchiere, è che l’antimafia seria parte dai fatti e arriva al racconto, mentre l’antimafia-spettacolo parte dal racconto e cerca poi fatti che possano sostenerlo. De Lucia scrive che, in questi anni, “in tanti settori abbiamo visto figure che hanno fatto dell’antimafia una bandiera, solo per creare carriere e privilegi”. Sostiene che Leonardo Sciascia aveva ragione a definire questi soggetti i “professionisti dell’antimafia”. Ribadisce che “l’antimafia che dà per davvero fastidio alla mafia è quella che incide sulle cose reali, non quella che fa proclami”. E ricorda, come sosteneva il giudice Rosario Livatino, che “il giudice deve offrire di sé l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile… se si manterrà integro e imparziale non tradirà mai il suo mandato”. De Lucia, a un certo punto del ragionamento con Palazzolo, in modo indiretto arriva a demolire anni e anni di antimafia chiodata, fatta di chiacchiere e di allusioni, parlando del caso Scarantino.
L’antimafia delle chiacchiere non la si combatte solo smascherando i suoi follower, ma anche mostrando come vi sia chi, in nome dell’antimafia, per avere un po’ di consenso in più, sacrifica le garanzie solo per avere un tornaconto personale. Meno processo mediatico uguale meno titoli e più lotta alla mafia
Scarantino è stato un pentito a cui avevano creduto molti magistrati che, scegliendo di considerare come veritiere le sue parole, portarono alla condanna all’ergastolo, poi annullata, di sette persone innocenti che non avevano avuto alcun ruolo nella strage del 19 luglio 1992, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Scrive De Lucia: “Il caso Scarantino è stato di certo il caso più eclatante: le dichiarazioni di un balordo di borgata trasformato in un provetto collaboratore di giustizia hanno addirittura retto al vaglio di più giudici, come se fossero ricostruzioni pienamente riscontrate”. Il non detto di De Lucia, pensiero che si ritrova perfettamente nel solco dell’impostazione che aveva sull’antimafia Giovanni Falcone, il cui approccio non a caso è stato demonizzato recentemente dal principe dei mozzorecchi, sul Fatto Quotidiano, è che tra coloro che credettero a Scarantino vi furono fior di magistrati dell’antimafia delle chiacchiere. Il capo della procura di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, morto nel 2017, insieme ai pm Ilda Boccassini e Carmelo Petralia, che autorizzarono i poliziotti del gruppo di Arnaldo La Barbera allo svolgimento dei colloqui investigativi con Scarantino. Gian Carlo Caselli, all’epoca procuratore capo di Palermo, che nel 1995, quando la moglie di Scarantino accusò La Barbera di avere fatto torturare il marito per farlo parlare, intervenne in difesa del superpoliziotto, parlando di “una campagna di delegittimazione contro i collaboratori di giustizia”.
I pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, che ritennero attendibili le rivelazioni di Scarantino persino quando quest’ultimo, nel 1998, decise di ritrattare, denunciando le pressioni dei poliziotti. Stessa storia, scrivono De Lucia e Palazzolo, per il caso Massimo Ciancimino, altro mito dell’antimafia delle allusioni e della stampa specializzata a propalare fango quotidiano, “mai entrato nel programma di protezione, ma diventato una sorta di supertestimone, protagonista non solo delle aule di giustizia, ma anche dei talk-show, sempre pronto a fare rivelazioni nuove e a consegnare documenti del padre che sosteneva fossero inediti”, e la cui storia “è davvero significativa: anni dopo l’arresto, è rimasto un fenomeno mediatico, osannato da un pezzo di antimafia”. Il libro elogia Leonardo Sciascia, contro i professionisti dell’antimafia, tranne quando Sciascia criticava Borsellino, ed elogia anche Maria Falcone, sorella di Giovanni, non in senso assoluto, non in senso retorico, ma su un tema specifico, che riguardava l’ondata populista che vi fu allora, in occasione della scarcerazione di Giovanni Brusca, ovvero il mafioso che fece saltare in aria il fratello. Maria Falcone, oggi come allora schierata contro il partito delle manette facili, disse che la legge sui collaboratori va rispettata, che i sentimenti devono restare un passo indietro rispetto al beneficio collettivo. Messaggio chiaro: l’antimafia delle chiacchiere non la si combatte solo smascherando i suoi follower, ma anche mostrando come vi sia chi, in nome dell’antimafia, per avere un po’ di consenso in più, sacrifica le garanzie solo per avere un tornaconto personale. Meno processo mediatico uguale meno titoli e più lotta alla mafia. Modello Report o modello De Lucia? Scegliere da che parte stare non dovrebbe essere così difficile.