le follie dell'antimafia
Assolto il manager Fantini, ma intanto l’azienda di famiglia è finita sotto interdittiva antimafia
L'ex ad di Sitalfa è stato assolto dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa ma nel frattempo a causa di questa vicenda l’azienda di famiglia, la Cogefa, uno dei maggiori gruppi italiani delle costruzioni, ha subìto un’interdittiva antimafia che l'ha messa in ginocchio
27 AGO 26

Ansa
Giovedì il tribunale di Ivrea ha assolto Roberto Fantini, ex amministratore delegato di Sitalfa, dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e peculato nel processo nato dall’inchiesta “Echidna” sulle infiltrazioni della ’ndrangheta negli appalti autostradali piemontesi. La Direzione distrettuale antimafia di Torino aveva chiesto per Fantini una condanna ad addirittura sette anni e quattro mesi di carcere. Il giudice ha assolto anche un altro imputato, mentre ne ha condannati sette. Fantini era finito a processo per i rapporti tra Sitalfa, società impegnata nella manutenzione dell’autostrada Torino-Bardonecchia e del tunnel del Frejus, e imprese ritenute riconducibili a cosche mafiose. “E’ venuta fuori la verità, perché a prescindere da tutto io con quel mondo non c’entro”, ha dichiarato dopo la lettura del dispositivo il manager, difeso dagli avvocati Roberto Capra e Maurizio Riverditi. Peccato, però, che nel frattempo a causa di questa vicenda l’azienda di famiglia di Fantini, la Cogefa, uno dei maggiori gruppi italiani delle costruzioni (con circa 400 dipendenti diretti, 1.200 lavoratori nell’indotto e opere in corso per un miliardo e duecento milioni di euro), ha subìto un’interdittiva antimafia che l'ha messa in ginocchio.
Quando nel 2024 scatta l’inchiesta “Echidna”, Roberto Fantini è da molto tempo ormai fuori dalla società di famiglia, fondata oltre cinquant’anni fa dal padre Teresio. Nel 2014, infatti, Roberto Fantini ha ceduto tutte le sue quote di proprietà ai fratelli Massimo e Alessandra. Nonostante questo, e nonostante le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa – ancora tutte da accertare – riguardino la gestione di Sitalfa (che nulla ha a che vedere con Cogefa), nell’ottobre 2024 la prefettura di Torino adotta l’interdittiva antimafia ai danni di Cogefa e la esclude dalla white list, condizione essenziale per lavorare con la pubblica amministrazione. L’istruttoria della prefettura prende avvio proprio dalle risultanze investigative dell’inchiesta “Echidna”, la cui fondatezza è ancora tutta da verificare.
L’adozione dell’interdittiva antimafia, confermata dal Tar del Piemonte e poi dal Consiglio di stato al termine di una lunga e tortuosa battaglia giudiziaria, ha avuto un impatto devastante su Cogefa. Come spesso accade in questi casi, infatti, di fronte ad accuse di infiltrazioni della criminalità organizzata, le banche iniziano a chiudere i canali di credito in favore dell’azienda, che così da un momento all’altro si ritrova in una situazione di estrema difficoltà finanziaria.
Leggendo le carte, però, le ragioni per cui l’interdittiva antimafia è stata confermata appaiono misteriose e in alcuni casi anche singolari. Basti pensare che il Tar del Piemonte nella sentenza di merito, pur di fornire riscontri al pericolo di infiltrazioni mafiose in Cogefa, scrive che Roberto Fantini è stato “condannato per estorsione, peculato e corruzione elettorale”: peccato che all’epoca il processo fosse ancora in corso e che si sia concluso proprio pochi giorni fa non con la condanna, bensì con l’assoluzione di Roberto Fantini.
Ma non basta. Le sentenze amministrative sembrano non tener conto che i fatti alla base della decisione della prefettura si riferiscono a persone morte nel 2006 (Teresio Fantini) o uscite da Cogefa da oltre dieci anni (Roberto Fantini nel 2014 e Massimo Fantini nel 2012), che i rapporti commerciali ritenuti “sospetti” erano intrattenuti da Cogefa con soggetti che all’epoca dei fatti contestati erano iscritti nella white list, che nessun azionista, amministratore o dipendente risulta indagato, e che negli ultimi anni Cogefa sia profondamente mutata, adottando una serie infinita di misure di “self cleaning”, cioè dirette a prevenire i rischi legati alle infiltrazioni della criminalità organizzata.
Alla fine, pur di sopravvivere, Cogefa ha chiesto di accedere al controllo giudiziario volontario previsto dall’articolo 34-bis del Codice antimafia, richiesta accolta dal tribunale di Torino: per due anni l’azienda potrà continuare a lavorare, ma sotto la vigilanza disposta dal tribunale.
“Il caso Cogefa è l’ennesimo esempio di come il sistema delle interdittive antimafia non funzioni. E’ dal 2015 che lo sostengo, inutilmente”, dice al Foglio l’ex parlamentare Stefano Esposito, che da membro della commissione parlamentare Antimafia cercò di sollevare l’attenzione sul tema. “L’interdittiva antimafia, completamente sganciata dalle risultanze penali dei processi, è un atto preventivo che distrugge l’azienda, come nel caso Cogefa, non la salvaguarda – aggiunge Esposito –. Il principio giuridico del ‘più probabile che non’ è una totale follia italiana, che peraltro tende a non colpire davvero le aziende legate alla criminalità organizzata ma a danneggiare aziende sane”, conclude.