Il Tar della Lombardia dà una sveglia a Beppe Sala sull'urbanistica

I giudici amministrativi bocciano l'inerzia del comune di Milano sulle richieste di costruzione e minacciano la nomina di un commissario per far rispettare la legge. Sono circa 150 le operazioni immobiliari sospese per paura di nuove indagini della procura

25 AGO 26
Immagine di Il Tar della Lombardia dà una sveglia a Beppe Sala sull'urbanistica

LaPresse

Il Tar della Lombardia dà una bella sveglia al comune di Milano, che dopo l’ondata di inchieste sull’urbanistica ha sospeso circa 150 operazioni immobiliari per paura di nuove indagini, senza fornire risposte ai costruttori. Insomma, Palazzo Marino ha adottato la “strategia dell’opossum”: non decide, si finge morto. Con una sentenza depositata nei giorni scorsi, i giudici amministrativi hanno però ricordato al comune che “in presenza di una domanda di permesso di costruire convenzionato, l’amministrazione è tenuta a definirla con una determinazione espressa, positiva o negativa” entro 60 giorni. In caso contrario, il Tar può nominare “un commissario ad acta”, che decida al posto del comune. 
Il ricorso era stato proposto dalla società Lambretto Immobiliare, assistita dagli avvocati Fabio Todarello, Francesco Schiano Di Cola e Federica Ferrara. La società aveva chiesto di dichiarare illegittimo il silenzio-inadempimento del comune rispetto alla domanda di rilascio di un permesso di costruire convenzionato e ai successivi solleciti.
Il progetto riguarda un intervento di demolizione e ricostruzione in via Cletto Arrighi. Il 29 dicembre 2025 gli uffici tecnici comunali avevano sospeso i termini del procedimento, contestando alla società la mancanza della convenzione urbanistica approvata dalla giunta o dal Consiglio comunale.
Il Tar ha però sottolineato che la convenzione non può essere considerata un documento preesistente da acquisire dal privato: è il risultato dell’istruttoria e del confronto tra amministrazione e proponente. La sua assenza, scrivono i giudici, non può quindi “paralizzare indefinitamente” il procedimento. In altri termini, “l’approvazione della convenzione da parte della giunta comunale presuppone il preventivo e integrale svolgimento dell’attività istruttoria di natura tecnica, la quale sola è in grado di definire puntualmente i contenuti convenzionali”.
Il Tar ha quindi dichiarato illegittimo il “silenzio-inadempimento” del comune e ordinato a Palazzo Marino di completare l’istruttoria sul progetto e sulla convenzione e di trasmettere lo schema definitivo all’organo competente per l’approvazione entro 60 giorni. In caso di ulteriore inerzia, potrà essere nominato un “commissario ad acta”. La sentenza precisa che il comune non è obbligato ad accogliere il progetto, ma deve comunque pronunciarsi.
La sentenza fa il paio con un’altra emessa a giugno dal Consiglio di stato, che ha ribadito la corretta interpretazione da parte del comune di Milano del concetto di ristrutturazione, uno dei temi più contestati dalla procura milanese nell’ondata di indagini avviate a partire dal 2022. Le indagini muovono da un’interpretazione “innovativa” da parte della procura delle norme che regolano l’autorizzazione delle opere edilizie. Un’interpretazione radicalmente diversa da quella seguita per oltre vent’anni dagli uffici tecnici del comune e avallata dalla giustizia amministrativa.
Non a caso, sempre lo scorso giugno il primo processo nato dall’ondata di inchieste della procura di Milano, quello incentrato sul caso della Torre Milano di via Stresa, si è concluso con l’assoluzione di tutti e otto gli imputati (dirigenti comunali, funzionari, costruttori e architetti).
Nel frattempo però il comune guidato da Beppe Sala, di certo non mostrando un grande coraggio, in seguito alle indagini della procura ha riformato con una serie di delibere le procedure attraverso cui una costruzione può essere qualificata come ristrutturazione edilizia ed essere realizzata tramite Scia, andando incontro ai rilievi sollevati dai pm. Allo stesso tempo, tuttavia, ha di fatto sospeso qualsiasi decisione sulle procedure di costruzione in corso. Un’inerzia ritenuta ora inammissibile anche dai giudici amministrativi, che sottolineano come i costruttori abbiano il diritto di ricevere una risposta dal comune in tempi ragionevoli.
“I giudici affermano chiaramente che l’inerzia è un comportamento fuorilegge e minacciano il commissariamento se l’amministrazione continuerà a non rispondere. E’ una situazione di totale paralisi che continuiamo a denunciare con forza da mesi: un blocco che colpisce direttamente migliaia di famiglie milanesi e che il comune, colpevolmente, continua a negare. Ora che il quadro giudiziario è chiarito Palazzo Marino non ha più scuse: deve fare la propria parte, assumersi le sue responsabilità e sbloccare immediatamente i progetti”, ha affermato in una nota il Comitato famiglie sospese, che riunisce coloro che hanno comprato casa e che sono rimasti bloccati dalle inchieste. “Al tempo stesso – ha aggiunto il comitato –, la fine di ogni paravento giuridico chiama direttamente in causa il Parlamento: non ci sono più scuse nemmeno a Roma, è il momento che la politica nazionale vari una legge che dia certezze interpretative definitive a tutto il settore, tutelando i cittadini ed evitando lo stallo delle città”.
E pensare che in Parlamento maggioranza e opposizione avevano trovato l’accordo per approvare una legge che chiarisse definitivamente la corretta applicazione delle norme sull’edilizia. Venne infaustamente battezzata “Salva Milano”: approvata alla Camera, la proposta venne poi cestinata dopo gli arresti chiesti e ottenuti dai pm.