due casi mediatici
Ferragni e Ranucci, vittime dello stato di disgrazia
Chiara e Sigfrido, una a caccia di redenzione, l’altro marchiato (forse) per sempre. Ma una cultura che organizza l’informazione come spettacolo finisce per trattare ogni notizia con lo stesso registro emotivo e la stessa durata di attenzione
19 AGO 26

Foto ANSA
Lo stato di disgrazia. E’ la curva a gomito nel corso di un percorso che sembra procedere a meraviglia. Fino all’ultimo momento, quando ancora non si vede cosa c’è dall’altra parte della svolta, come nelle scene-madre dei thriller, e arriva il botto, l’incidente fatale o quasi. L’incedere delle star mediatiche contemporanee ha un andamento diverso da quello delle celebrità classiche e consolidate. Somiglia più a una linea, che a una robusta piramide verso il firmamento. Con l’accrescere del successo aumenta di luminosità, ma non di robustezza e poi malauguratamente – zac! – arriva l’imprevisto. Allora la linea si squaglia e comincia una seconda vita, in un sottomondo scuro, dove dei periodici bagliori non provocano più l’antico splendore, ma solo l’illusione dell’impossibile. La grazia non si ripara: è una legge dei cicli della comunicazione. Invece la solitudine avanza e gli amici se ne vanno, come in quella canzone.
Chiara Ferragni e Sigfrido Ranucci, italiani d’enorme successo in ambiti diversi, ma per ragioni comparabili: l’affidabilità, l’affezione, il mandato fiduciario. Perché quando le cose vanno bene, vanno bene davvero e il talento dà grandi frutti. L’incremento di popolarità è impressionante, esponenziale. Ma il sistema può smettere di elargire la grazia ad alcuni. Non serve una sentenza. Basta un sospetto, coltivato per il tempo necessario a diventare senso comune. Il 13 agosto l’agenzia di comunicazione di Chiara Ferragni ha fatto sapere, in una nota di poche righe, di non rappresentarla più, augurandole “tutto il bene per il futuro” – abituale formula di cortesia con cui ci si lava le mani. Lo stesso giorno ha chiuso il negozio Ferragni di via del Babuino, a Roma. Dettagli a margine, ma sintomatici della ritirata silenziosa di chi le stava intorno. Chiara ha tentato la via della riabilitazione – prima fila alla Milano Fashion Week, i flash che di nuovo la cercano, il ritorno in società dell’illustre ripudiata. Ma la vera riabilitazione dal “Pandoro gate” non è una questione da tribunale, ma di scelte dello stesso pubblico che le aveva accordato fiducia sulla parola.
Sigfrido Ranucci, in questi giorni rivela una versione diversa dello stesso meccanismo. Lui è vittima di un vero attentato. Ma la vittima oggi può non godere d’immunità narrativa: al massimo deve sperare in una tregua. Bastano un imprenditore arrestato come presunto mandante, un’amicizia ricostruita a beneficio delle prime pagine, un audit Rai che parla di “danno d’immagine” e non più di eroismo del cronista sotto scorta, e la vittima diventa imputato di riserva, in un limbo dove nessuno lo condanna ma nessuno lo difende senza riserve. Il conduttore di punta del giornalismo d’indagine italiano si ritrova a giustificare non un’inchiesta, ma la propria biografia sentimentale, imprudentemente sbandierata, e altre sciocchezze di contorno, come un’autorecensione a un proprio libro.
Ferragni cade per un’azione: finta beneficenza, un peccato di marketing gonfiatosi fino al punto di mostrificarsi sotto forma di truffa. Ranucci rischia di cadere per una imprudente prossimità: non per ciò che ha fatto, ma per chi ha frequentato, per un’amicizia che ha reso ambigui certi confini. Lei crolla, lui vacilla. Due grammatiche della caduta – la colpa e l’ombra della colpa – che il sistema della comunicazione tratta allo stesso modo, con massimalismo: sospendere la fiducia, e poi stare a vedere cosa resta. Ferragni non è più la ragazza di Cremona che ha inventato un impero da un blog di moda: è “quella del Pandoro”. Ranucci non è più il regista di approfondimenti scomodi, è “l’amico di Lavitola”. L’identità professionale viene sostituita da un’etichetta pesante da portare, ma destinata al primo paragrafo di ogni futura biografia. Con un’asimmetria paranoica, la comunicazione ha poca memoria per i meriti, ma ce l’ha lunghissima per gli scandali. L’algoritmo che decide cosa vediamo – di Ferragni, di Ranucci, di chiunque – non distingue fra truffa accertata e sospetto insinuato: premia entrambe con la visibilità, perché entrambe generano indignazione cliccabile. Una cultura che organizza l’informazione come spettacolo finisce per trattare ogni notizia con lo stesso registro emotivo e la stessa durata di attenzione. Non conta cosa sia successo. Conta quanto regge, prima che arrivi la prossima disgrazia.
Con molto ottimismo, Ferragni ha un pubblico che potrebbe tornare a comprarla – il mercato può perdonare chi impara a vendere bene pentimento. Ma il mestiere di Ranucci vive di credibilità, non di popolarità, e questo è un capitale che non si ricompra. Una griffe si rilancia. Un cronista, una volta insinuato il dubbio, è marchiato. E’ lo stato di disgrazia: non l’assenza di innocenza, ma l’assenza di grazia concessa. La grazia si riceve, o la si perde. Il sistema della comunicazione italiano, in questa estate, ha deciso di concederne pochissima.