Ponte Morandi, nella sentenza di primo grado dodici anni a Castellucci e cinque a Coletta

Nel crollo del 14 agosto 2018 erano morte 43 persone. Per l'ex ad Aspi (già detenuto per il crollo del viadotto di Acqualonga) e per l'ex dirigente Mit pene inferiori alle richieste della procura, che aveva chiesto diciotto anni e mezzo per l'uno e dieci per l'altro. Attese le motivazioni

16 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 12:24
Immagine di Ponte Morandi, nella sentenza di primo grado dodici anni a Castellucci e cinque a Coletta

Al centro Paolo Lepri, presidente del collegio giudicante, con Ferdinando Baldini (a sinistra) e Fulvio Polidori, giudici a latere, prima della lettura della sentenza (Ansa)

Dodici anni di reclusione a Giovanni Castellucci. Cinque a Mauro Coletta. Il tribunale di Genova ha depositato oggi il dispositivo della sentenza di primo grado sul crollo del Ponte Morandi, la tragedia che il 14 agosto 2018 uccise 43 persone. A leggerlo in aula, il giudice Paolo Lepri, presidente del collegio giudicante.
Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l'Italia dal 2005 al 2019, era l'imputato con la richiesta di pena più alta: 18 anni e 6 mesi, chiesti dai pm Walter Cotugno e Marco Airoldi (subentrato nel corso del processo a Massimo Terrile). I giudici si sono fermati a dodici. Tra i capi d'imputazione, crollo colposo e omicidio stradale plurimo. Castellucci è già detenuto, nel carcere di Opera a Milano, per un'altra strage: sconta sei anni per il crollo del viadotto di Acqualonga, ad Avellino, nel 2013.
Mauro Coletta, all'epoca dei fatti direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali al ministero delle Infrastrutture, è stato condannato a cinque anni. La procura ne aveva chiesti dieci.
Il processo, aperto nel luglio 2022, ha visto alla sbarra 57 persone tra ex dirigenti e tecnici di Autostrade per l'Italia, di Spea e dello stesso ministero. Le accuse, oltre a crollo colposo e omicidio stradale, comprendono omicidio colposo plurimo, attentato alla sicurezza dei trasporti, omissione di atti d'ufficio, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro.
Primo commento politico, quello del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, a margine di un evento a Bari: chi ha sbagliato e ha 43 morti sulla coscienza deve pagare fino in fondo, ha detto, perché lucrare sulle mancate manutenzioni non ha giustificazione economica o morale.