il caso
Tutte le balle di FdI sulle mascherine anti Covid acquistate da Arcuri. Inchiesta
No, l'ex commissario all'emergenza coronavirus Domenico Arcuri non acquistò mascherine irregolari e a prezzo gonfiato: le carte smentiscono le accuse lanciate da Fratelli d'Italia tramite la commissione d'inchiesta Covid
8 LUG 26

LaPresse
“Mascherine farlocche, pericolose per la salute e pagate il quadruplo del prezzo dovuto”. E’ questa una delle tante accuse al centro della campagna messa in piedi nelle ultime settimane da Fratelli d’Italia, tramite la commissione d’inchiesta Covid e con il sostegno dei media di area centrodestra, contro l’ex commissario all’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri e l’ex premier Giuseppe Conte, che istituì la struttura commissariale nel marzo 2020. Peccato che questa accusa, carte alla mano, sia completamente infondata. Mentre le inchieste giudiziarie nate attorno a questa vicenda risultano piene di aspetti singolari, come evidenzieremo in questi giorni. Ma partiamo dalla contestazione che riguarda l’acquisto di 800 milioni di mascherine effettuato dalla struttura commissariale dalla Cina nella primavera 2020, nel pieno dell’emergenza Covid-19.
Di fronte alla drammatica situazione vissuta dall’Italia a causa della pandemia e alla carenza di dispositivi di protezione individuale, il decreto istitutivo (n. 18 del 2020) riconobbe alla struttura commissariale la possibilità di acquistare mascherine e altri dispositivi medicali in deroga al codice dei contratti pubblici, cioè tramite affidamento diretto, senza attendere l’espletamento di lunghe procedure di gara, come peraltro suggerito da una comunicazione della Commissione europea. La normativa emergenziale attribuì inoltre la competenza a effettuare i controlli sulle caratteristiche tecniche delle mascherine agli organi dotati delle relative capacità, cioè al Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile, all’Istituto superiore di sanità e all’Inail.
In questo ambito, nel giro di pochi mesi la struttura commissariale sottoscrisse 57 ordini di acquisto per oltre 10,3 miliardi di mascherine (tra chirurgiche, Ffp2 e Ffp3). Tra queste, le “famigerate” 800 milioni di mascherine – cioè il 7,6 per cento del totale – acquistate dai tre consorzi cinesi Wenzhou Moon Ray, Wenzhou Light e Luokai Trade, al centro delle accuse del centrodestra. Si sostiene che queste mascherine fossero “farlocche”, cioè non conformi alle norme, e di conseguenza pericolose per le persone che avrebbero potuto usarle, ma ciò è falso. L’accusa si basa sul fatto che una parte delle mascherine (circa 100 milioni) venne sequestrata dalla procura di Gorizia su richiesta della Guardia di Finanza in quanto ritenute non in regola. Il procedimento penale venne poi trasferito alla procura di Roma, che arrivò a sequestrare in tutto 338 milioni di mascherine.
Innanzitutto va notato che più della metà delle mascherine (460 milioni) fu ritenuta in regola e quindi distribuita. Più importante ancora è che il sequestro delle mascherine a Gorizia venne annullato dal tribunale del Riesame, che sottolineò come le mascherine avessero ottenuto la valutazione positiva dell’Inail, mentre le analisi condotte dal consulente dei pm non assumevano “nessuna valenza”, in quanto le mascherine, che erano di tipologia Kn95, erano state sottoposte ai test previsti per le mascherine Ffp2. Il Riesame si espresse anche sull’assenza del marchio “CE”, ricordando che, secondo la normativa in vigore, il materiale poteva essere sdoganato dopo l’ottenimento della validazione Inail.
L’indagine passò però alla procura di Roma, che estese il sequestro dei dispositivi, ipotizzando prima la corruzione, poi il peculato e infine soltanto l’abuso d’ufficio (Arcuri sarà assolto). Ebbene, durante questo procedimento penale, l’Agenzia delle dogane, incaricata di effettuare un’analisi di conformità, comunicò che su 25 lotti analizzati soltanto 5 erano risultati non conformi (peraltro solo in modo parziale). Questo significa che 270 milioni di mascherine erano in regola. Eppure, la procura attese due anni dal sequestro prima di chiedere l’incidente probatorio, il 15 dicembre 2022. Il perito nominato dal tribunale non poté che constatare che le mascherine erano ormai scadute, dunque inutilizzabili. In altre parole, si può affermare che per colpa della lentezza dei pm romani 270 milioni di mascherine regolari sono state mandate al macero.
Falsa anche l’accusa rivolta ad Arcuri di aver acquistato le mascherine a un prezzo superiore a quello di mercato. Il caso che viene citato è quello (guarda caso) riportato dalla GdF di Gorizia: per la fornitura di 450 milioni di mascherine da parte di Luokai venne pattuito un prezzo di 0,49 euro per mascherina, che gli inquirenti consideravano superiore a quello di 0,298 proposto dalla cinese Byd. Peccato che ci si dimentichi di citare un dato fondamentale. Il prezzo di Byd era in realtà un prezzo “franco fabbrica”, cioè riguardante solo il costo del prodotto, con esclusione di quelli relativi al deposito in Cina, al trasferimento e alla consegna in Italia. Al contrario, il prezzo di 0,49 euro di Luokai comprendeva tutti questi costi. Dall’ordine di acquisto, infatti, emerge che il costo della sola mascherina era di 0,30 euro, quindi praticamente identico a quello praticato da Byd.
Insomma, nessuna mascherina “farlocca” e nessun sovrapprezzo per far arricchire qualche amico. (1/segue)
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]
