l'intervista
Assolto 6 volte in 14 anni. Il calvario del consigliere sardo Antonello Peru
Il politico assolto per la sesta volta in 14 anni: è stato incarcerato e sospeso due volte dalla carica di consigliere regionale. "Non provo rancore, ma i magistrati hanno il dovere di leggere con attenzione le carte prima di limitare la libertà di una persona. Ho subìto la gogna mediatica"
19 GIU 26

Antonello Peru (foto dalla sua pagina Facebook)
“Non provo rancore. Non credo che ci sia stata una macchinazione di alcuni magistrati nei miei confronti. E non cerco rivincite. E’ accaduto. Evidentemente doveva accadere per diventare la persona che sono oggi. Forse se non fossi stato arrestato sarei finito sotto una macchina, chi lo sa”. Lo dice al Foglio Antonello Peru, politico sardo di lungo corso, consigliere regionale dal 2009 (nel 2015 ricoprì anche la carica di vicepresidente del Consiglio), prima nelle fila di Forza Italia e oggi con un proprio movimento chiamato “Sardegna al Centro 20Venti”, alleato con Noi Moderati. Dal 2012 a oggi Peru è stato assolto in sei processi diversi. L’ultima assoluzione è giunta nei giorni scorsi nel processo “Sindacopoli”, dall’accusa di corruzione in appalti pubblici. A causa della vicenda, esplosa nel 2016, Peru venne arrestato: trascorse in carcere tre mesi e altrettanti agli arresti domiciliari. Inoltre venne sospeso dalla carica di consigliere regionale in applicazione della legge Severino. Il processo è durato dieci anni.
Il calvario di Peru era però cominciato nel 2012, con un altro arresto nell’inchiesta denominata “Alzheimer”, incentrata addirittura su accuse di maltrattamenti e presunte torture su pazienti affetti da demenza. Il politico sardo trascorse un mese ai domiciliari prima che il Riesame annullasse l’arresto. Condannato in primo grado a quattro anni con l’accusa di concorso in associazione a delinquere, Peru è poi stato assolto in appello.
In seguito, Peru aveva dovuto affrontare un altro processo per tentata concussione in relazione alla ristrutturazione della sua villa nella località costiera di Marritza. La casa gli venne sequestrata per otto anni, costringendolo a vivere ospite altrove. Condannato in primo grado a cinque anni e sei mesi (e sospeso dal Consiglio regionale), il politico è stato poi assolto in appello. Prima dell’ultima assoluzione in “Sindacopoli”, Peru (difeso dagli avvocati Luigi Esposito, Pasquale Ramazzotti, Marco Enrico e Pietro Pittalis) è stato scagionato anche in altri tre processi.
“Credo che nella vita succedano fatti, anche negativi, di cui capiamo il significato soltanto dopo”, spiega Peru, con una visione fatalista, da credente: “Non possiamo controllarli tutti, ma possiamo decidere come affrontarli. Io ho scelto di farlo senza rabbia, odio, rancore, cercando modi per crescere anche in queste situazioni. Anche in carcere non mi sono buttato giù. Ho vissuto la detenzione a testa alta, anche perché se non lo fai, se non hai questa forza, entri in un buco nero dal quale è difficile uscire. E ho visto tante persone in carcere finire in questo buco nero, anche togliendosi la vita”. “La parte più dolorosa – aggiunge – non è stata la mia sofferenza, ma quella di mia madre, della mia famiglia e degli amici più cari, costretti a condividere un peso che non avevano scelto”.
“Una cosa però sui magistrati devo dirla”. Prego. “Tutti possono sbagliare, fa parte della natura umana. Ma se sei magistrato mi aspetto che tu legga ogni carta con la massima attenzione, perché in ballo c’è la limitazione della libertà del cittadino, quindi hai il dovere di ridurre l’errore il più vicino possibile allo zero. Il fatto che in due occasioni io sia stato condannato a pene molto pesanti in primo grado, quattro anni e cinque anni e mezzo, e che entrambe queste sentenze poi siano state ribaltate in appello mi fa capire che questa attenzione non c’è stata”.
Sul processo mediatico, invece, la sua posizione è più netta. “Su questo sì che ho un’opinione fortemente negativa – dice Peru –. Ho subìto la gogna pubblica. Nel 2012 il mio nome finì sulle aperture dei telegiornali nazionali. In uno di quei servizi, andato in onda sul Tg3, venni definito addirittura il ‘padrino politico’ di un’associazione a delinquere che poi si è scoperto non essere mai esistita. Una volta accertata la verità, avrei ritenuto naturale che arrivassero almeno delle scuse, anche da parte della signora Berlinguer. Non sono mai arrivate. E’ la caratteristica più grave del processo mediatico: l’accusa fa rumore, mentre l’assoluzione che arriva tempo dopo incontra il silenzio”.
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]
