Fine della gogna
Ok della Camera alla legge Costa. L'assoluzione farà notizia
Obbligo di pubblicare assoluzioni e archiviazioni: la Camera approva il ddl con 127 sì e zero contrari. Se la norma reggerà il passaggio al Senato, il processo mediatico che si apre con l'accusa e non si chiude mai diventerà illegale

Cinquecentomila persone l'anno vengono indagate e poi archiviate o assolte in primo grado. Di queste, quasi nessuna vede pubblicata la notizia della propria innocenza con lo stesso rilievo riservato all'accusa. La Camera ha approvato ieri in prima lettura – 127 sì, 82 astensioni, zero contrari – il disegno di legge Costa che introduce l'obbligo di pubblicazione per le sentenze di assoluzione e per i provvedimenti di archiviazione e di non luogo a procedere.
La norma è semplice. Chi è stato indagato e poi prosciolto può chiedere alla testata che aveva dato notizia del procedimento di pubblicare i provvedimenti favorevoli. Il direttore è tenuto ad adempiere, senza costi per l'interessato, riservando uno spazio "adeguato" a quello già dedicato al caso. In caso di inerzia, l'interessato può rivolgersi al Garante della privacy, che decide entro cinque giorni e può ordinare la pubblicazione. Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia e primo firmatario, ha sintetizzato la logica della proposta con una domanda retorica: "Quando si pubblica la notizia di un'indagine bisognerebbe sempre porsi una domanda: e se fosse innocente?". È la descrizione di un meccanismo distorto che la cronaca giudiziaria italiana pratica sistematicamente: l'accusa fa notizia, l'assoluzione no. Il processo mediatico si apre con il rinvio a giudizio e non si chiude mai.
La legge si inserisce nel solco della riforma Cartabia – decreto legislativo 150/2022 – che già disciplina il diritto all'oblio per chi ottiene proscioglimento o archiviazione, consentendo di chiedere la deindicizzazione dei dati personali riportati nel provvedimento giudiziario. Il nuovo obbligo di pubblicazione aggiunge un passaggio attivo: non solo cancellare le tracce, ma correggere il record. Persino l'Associazione nazionale magistrati, ascoltata in audizione, non si è opposta. Al di là di osservazioni tecniche, le misure sono state giudicate "rispondenti a finalità che l'Associazione condivide".
Resta un nodo irrisolto: i costi ricadono sugli editori. L'Anm aveva proposto di imputarli alla Cassa delle ammende, come avviene per i giudizi di revisione. La soluzione è rimasta quella originaria. Per le testate più piccole, o per i casi che riguardano procedimenti seguiti anni prima, l'onere potrebbe non essere trascurabile – e c'è chi teme che diventi un deterrente informale alla pubblicazione iniziale, con effetti opposti a quelli voluti.
Il voto quasi unanime – le astensioni vengono dall'opposizione, non da un dissenso di merito – sembra mostrare la solidità dell'impianto. Il testo va ora al Senato. Se la norma reggesse anche al secondo passaggio nella forma attuale, l'Italia si doterebbe di uno strumento che altri ordinamenti europei conoscono da tempo e che da noi è sempre stato osteggiato in nome di una libertà di stampa che troppo spesso ha coperto la libertà di sputtanamento.