Il caso Colace: per Csm e Cassazione non può più fare il pm, ma intanto impugna un'assoluzione

Il pm torinese è stato sanzionato con il trasferimento a Milano e il passaggio alle funzioni di giudice civile. Nonostante questo, ha firmato un ricorso contro l'assoluzione ottenuta da un imputato da lui accusato di mobbing

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30 APR 26
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Gianfranco Colace (Ansa)

C’è un pubblico ministero che non dovrebbe più fare il pubblico ministero ma che continua a fare il pubblico ministero, tanto da impugnare una sentenza di assoluzione. Si tratta di Gianfranco Colace, sostituto procuratore a Torino. Il 7 aprile scorso le Sezioni unite civili della Cassazione hanno confermato la sanzione disciplinare irrogata dal Csm nei confronti di Colace: trasferimento di sede a Milano e passaggio alle funzioni di giudice civile per “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”. Nonostante ciò, come risulta al Foglio, il 14 aprile Colace ha firmato un ricorso contro l’assoluzione ottenuta da un imputato da lui accusato di mobbing. Il ministero della Giustizia, infatti, non ha ancora notificato a Colace il trasferimento di sede. Ma il fatto che un pm che non potrà più fare il pm si spinga a impugnare un’assoluzione risulta a dir poco inopportuno. 
Dopo la conferma della sanzione disciplinare del trasferimento di sede e di funzioni da parte della Cassazione, il ministero della Giustizia deve comunicare al magistrato, in questo caso Colace, l’assegnazione della presa di servizio nella nuova sede in virtù della definitività della sentenza. La comunicazione da parte di Via Arenula, però, non è immediata. Così, anche se la Cassazione il 7 aprile ha stabilito che Colace non deve più svolgere le funzioni di pubblico ministero a Torino, lui resta al suo posto, in attesa del provvedimento del ministero. Buon senso vorrebbe che un pubblico ministero in attesa di essere trasferito in altra sede a fare il giudice, poiché ritenuto inadeguato a svolgere le funzioni di pm, si dedicasse alla gestione ordinaria delle pratiche pendenti e si astenesse dall’esercitare poteri requirenti così incisivi come l’impugnazione di una sentenza in appello. Invece è proprio ciò che ha fatto Colace, sanzionato per aver intercettato illegalmente 500 volte per tre anni il senatore Stefano Esposito, senza chiedere l’autorizzazione del Parlamento. Una condotta censurata severamente prima dalla Corte costituzionale (che ha evidenziato la violazione dell’articolo 68 della Costituzione), poi dal Csm con la sanzione disciplinare nel marzo 2025 (in cui si afferma che Colace ha fatto ricorso a “un escamotage” per aggirare la normativa costituzionale e si è prodotto un “grave pregiudizio” all’immagine della magistratura), infine dalla Cassazione, che ha confermato la sanzione del Csm parlando esplicitamente di “violazione di legge grave ed evidente”.
Nonostante la sua attività di pm sia stata quindi demolita dalle massime istituzioni giudiziarie del paese e sia in attesa di ricevere dal ministero della Giustizia la comunicazione ufficiale del suo trasferimento a Milano, Colace ha pensato bene – una settimana dopo la conferma della sanzione disciplinare – di impugnare la sentenza di assoluzione ottenuta dall’ex caporedattore del Tg Rai Piemonte, Tarcisio Mazzeo. Colace lo aveva accusato di mobbing aziendale nei confronti di un collega, il giornalista Michele Ruggiero, che aveva denunciato presunti atti persecutori e atteggiamenti ritorsivi volti a svilire il suo ruolo nella redazione. Lo scorso dicembre il tribunale di Torino ha assolto Mazzeo e ha condannato Ruggiero al pagamento delle spese legali. Colace aveva chiesto una condanna a un anno e sei mesi. Anziché aspettare di essere trasferito a fare il giudice a Milano, il 14 aprile Colace ha deciso di impugnare la sentenza in appello.
Non è chiaro se il procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, e i procuratori aggiunti ne siano al corrente. E soprattutto non è ancora noto se la procura generale – retta da Lucia Musti – sarà d’accordo sull’appello di Colace. Per ben due volte, infatti, nei mesi scorsi la procuratrice generale Lucia Musti si è presentata personalmente in udienza e ha annunciato clamorosamente la rinuncia al ricorso in appello avanzato da Colace (prima nel processo sullo smog a Torino, finito con il proscioglimento di tutti gli indagati, tra cui Chiamparino, Appendino e Fassino, poi nel processo contro il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, assolto in via definitiva).
Come avevamo raccontato, fonti autorevoli del Palazzo di giustizia di Torino avevano riferito una forte irritazione di Musti di fronte all’ondata di flop giudiziari collezionati proprio da Colace: il processo sullo smog, quello contro Molinari, ma anche “Bigliettopoli” (con l’assoluzione dell’imputato da cui tutto era partito, l’imprenditore Giulio Muttoni, intercettato 38 mila volte in dieci anni), “Concorsopoli” (terminato dopo sei anni con il proscioglimento di 25 professionisti del mondo della psichiatria), “Sanitopoli” (finito con l’assoluzione di quattro imputati dai gravi reati di corruzione e turbativa d’asta, e con una sola condanna per un reato minore).
Con questo curriculum alle spalle e una sanzione definitiva (solo in attesa di essere notificata) che gli imporrà di passare alle funzioni di giudice, sarebbe opportuno che Colace si astenesse dal chiedere di processare altri cittadini. Per il Csm è tutto normale? E soprattutto: quando il ministro Nordio ha intenzione di dare seguito alla sanzione contro Colace?