La Cassazione conferma la sanzione disciplinare per il pm Colace: intercettò illegalmente il senatore Esposito

Le Suprema Corte ha respinto i ricorsi del pm torinese e della gup Minutella contro le sanzioni inflitte dal Csm per aver intercettato 500 volte l'allora senatore senza autorizzazione del Parlamento. Colace andrà a fare il giudice civile a Milano. "La legge ha fatto il suo corso, ma la giustizia è tutta un’altra cosa", dice Esposito


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7 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:21 PM
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Gianfranco Colace (foto Ansa)

“Violazione di legge grave ed evidente”. Con queste parole le Sezioni unite civili della Cassazione hanno messo la parola fine sulla vicenda che ha visto protagonisti il pm torinese Gianfranco Colace e la gup Lucia Minutella, respingendo i ricorsi presentati dai due magistrati contro le sanzioni emesse un anno fa nei loro confronti dalla sezione disciplinare del Csm. La vittima delle condotte illecite dei due magistrati è stato Stefano Esposito, intercettato indirettamente circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) quando era senatore, e poi rinviato a giudizio sulla base di parte di quelle captazioni, nonostante l’articolo 68 della Costituzione imponga alla magistratura di chiedere l’autorizzazione a usare le intercettazioni al Parlamento. La condotta delle due toghe era già stata censurata severamente dalla Corte costituzionale nel dicembre 2023. Un anno fa la sezione disciplinare del Csm ha sanzionato Colace e Minutella per “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”. A Colace è stata inflitta la sanzione del trasferimento di sede (Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più la perdita di un anno di anzianità. Minutella è stata sanzionata con la censura. Con la decisione della Cassazione le sanzioni diventano ora definitive ed esecutive.
In trentasei pagine di sentenza, i giudici delle Sezioni unite civili della Cassazione (estensore Annalisa Di Paolantonio) hanno ripercorso la vicenda e smontato uno per uno i motivi dei ricorsi presentati da Colace e Minutella.
Il senatore Esposito venne intercettato casualmente nel 2015 mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (poi finita con il proscioglimento di Muttoni). Nonostante già nell’agosto 2015 Esposito fosse stato identificato dalla polizia giudiziaria come “senatore della Repubblica italiana” e interlocutore abituale dell’imprenditore, il pm Colace continuò a far intercettare le telefonate tra Muttoni ed Esposito, tanto da captare in tutto 500 conversazioni in tre anni. In altre parole, come sottolineato dalla Corte costituzionale, il senatore divenne il vero obiettivo delle intercettazioni: “La complessiva attività di indagine posta in essere dall’autorità giudiziaria denota, con particolare evidenza, che l’attività di intercettazione che ha coinvolto l’allora senatore Esposito fosse univocamente diretta a captare le sue comunicazioni”. Una palese violazione dell’articolo 68 della Costituzione, che, come ha più volte chiarito la stessa Corte costituzionale, non è volto a garantire ai parlamentari un privilegio di casta, bensì a tutelare il Parlamento nel suo complesso da “indebite invadenze del potere giudiziario”.
Anziché attivare la procedura di stralcio delle intercettazioni che coinvolgevano Esposito (per chiederne la distruzione), al termine delle indagini Colace chiese il rinvio a giudizio di Esposito indicando tra le fonti di prova 126 intercettazioni riguardanti l’allora senatore, facendo così ricorso a ciò che il Csm ha qualificato come “un escamotage” per aggirare la disciplina attuativa del dettato costituzionale. Il gup Minutella, incredibilmente, accolse la richiesta di rinvio a giudizio. La decisione aprì un contenzioso che arrivò davanti alla Corte costituzionale, la quale diede ragione ai legali dell’ormai ex senatore. Esposito è rimasto sotto indagine per sette anni, prima di essere prosciolto nel merito dal tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza.
“La legge ha fatto il suo corso, ma la giustizia è tutta un’altra cosa, perché ciò che ho subìto, i danni patiti da me, mia moglie e i miei figli non saranno certo sanati”, dichiara Esposito al Foglio commentando la sentenza della Cassazione. “Voglio dire che comunque ce l’ho fatta. Ho tenuto duro, sono andato fino in fondo. Questa vicenda, per me, non è finita. Nei prossimi mesi ne riparleremo”.
Si dirà che il sistema disciplinare della magistratura ha funzionato, ma resta un fatto: se un magistrato viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione viene punito con il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito (Torino) e il passaggio al civile, come se questo contasse meno del penale. Saranno contenti i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il pm, anzi, il giudice Colace.