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Separare i magistrati dai parenti. L'incredibile caso del tribunale di Bergamo
Il Csm è intenzionato a nominare come capo dei gip un magistrato la cui moglie fa la pm proprio a Bergamo. A settembre è stato nominato presidente del tribunale bergamasco un giudice che ha fratello, cognata e figli che fanno gli avvocati in città. Il tutto in barba alle norme sulle incompatibilità
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16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:32 PM | 17 APR 26

LaPresse
Saltata la separazione delle carriere, si potrebbero almeno separare i magistrati dai loro parenti. L’auspicio sorge spontaneo guardando a ciò che sta accadendo, lontano dai riflettori, al tribunale di Bergamo. Pochi giorni fa la Quinta commissione del Csm ha proposto all’unanimità la nomina di Luca Tringali, attualmente giudice a Brescia, come presidente della sezione gip/gup del tribunale di Bergamo. La nomina dovrà ora ottenere il via libero definitivo del plenum del Csm. Peccato che a Bergamo, dove Tringali dovrebbe andare a coordinare l’ufficio dei giudici delle indagini preliminari e delle udienze preliminari, cioè coloro che sono chiamati a valutare la fondatezza delle ipotesi accusatorie dei pm e delle loro richieste cautelari, sia in servizio la moglie di Tringali, Carmen Santoro, che ricopre il ruolo di sostituto procuratore. Insomma il Csm è intenzionato a nominare come capo dei gip di Bergamo un magistrato la cui moglie fa la pm proprio a Bergamo. La situazione di incompatibilità è evidente, eppure il Csm sembra orientato a ignorarla, nonostante il testo unico della dirigenza e le circolari dello stesso Csm impongano a quest’ultimo di verificare al momento della presentazione della domanda per un incarico direttivo o semidirettivo l’esistenza di casi di incompatibilità.
La vicenda diventa ancora più paradossale se si considera ciò che ha portato alla scopertura dell’incarico che Tringali dovrebbe andare a ricoprire. Tringali dovrebbe infatti prendere il posto di Vito Di Vita, nominato lo scorso settembre dal Csm come presidente del tribunale di Bergamo. Una nomina, anche questa, segnata da molteplici profili di incompatibilità. Di Vita è infatti stato nominato presidente del tribunale orobico nonostante in città il fratello, la cognata e due figli esercitino la professione di avvocato. Presentando la sua candidatura, Di Vita aveva messo le mani avanti, inviando al Csm una comunicazione in cui dichiarava che il fratello Antonio e la figlia Francesca operano “quasi esclusivamente nel settore amministrativo”, di competenza quindi del Tar, e “solo sporadicamente in quello civile connesso al settore amministrativo”, assegnato invece al tribunale ordinario. Aggiungeva poi che l’altro figlio, Federico, esercita “esclusivamente nel settore sportivo”.
Come evidenziato però, inutilmente, al plenum del Csm dal consigliere indipendente Andrea Mirenda, Di Vita non ha fornito alcun chiarimento “sul settore praticato dalla moglie del fratello né della di lei sorella, avvocato Claudia Lenzini, attuale assessore per le politiche della casa del comune di Bergamo. E così pure nulla dice per l’attività svolta dall’avvocato Michele Di Vita, di cui ignoriamo l’eventuale grado di parentela col collega”. Non solo, secondo quanto risulta al Foglio, l’avvocato Lenzini, sorella della cognata di Di Vita, in qualità di assessore del comune di Bergamo dal 2024 è titolare anche della delega agli affari legali. Come se non bastasse, non è chiaro se Di Vita abbia rispettato l’obbligo di dichiarare questa situazione di potenziale incompatibilità nel marzo 2025, cioè quando ha assunto la carica di presidente facente funzioni del tribunale di Bergamo.
Nonostante questo quadro di incompatibilità, il Csm ha nominato Di Vita presidente del tribunale (preferendolo a Roberto Spanò, giudice a Brescia), rinviando la verifica dell’eventuale incompatibilità al momento dell’assunzione delle funzioni. Di Vita si è ufficialmente insediato a dicembre, ma da allora non si sono più avute notizie della pratica aperta dalla Prima commissione del Csm per valutare le eventuali incompatibilità.
La linea scelta dal Csm nel caso Di Vita e ora anche nel caso di Tringali, cioè quella di rinviare al momento dell’assunzione dell’incarico la verifica delle incompatibilità, risulta in contrasto con le norme che regolano l’attribuzione degli incarichi dirigenziali in magistratura. Con una sentenza depositata lo scorso 18 marzo, il Consiglio di stato ha infatti ricordato che “il profilo della incompatibilità riveste natura pregiudiziale, essendo suscettibile di comportare l’esclusione dalla procedura di conferimento dell’ufficio direttivo”.
“La verifica della sussistenza di situazioni di incompatibilità – hanno aggiunto i giudici della suprema Corte amministrativa – si lega, infatti, alla valutazione del profilo professionale dell’aspirante che richiede un accertamento relativo non solo al merito e alle attitudini, ma anche all’indipendenza e all’imparzialità del magistrato, anche in termini di apparenza”. Anche perché, una volta nominato il magistrato (incompatibile), nulla assicura che i famigliari che determinano la situazione di incompatibilità si trasferiranno altrove.
Così, il tribunale Bergamo sta diventando un curioso caso di studio di incompatibilità eclatanti tra magistrati e i loro parenti.
RETTIFICA
Spett.le Direttore, con riferimento all'articolo di Ermes Antonucci intitolato "Separare i magistrati dai parenti. L'incredibile caso del tribunale di Bergamo", pubblicato su "Il Foglio" in data 16 aprile 2026, chiedo la pubblicazione della presente rettifica ai sensi dell'art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n.47.Lo scritto, nel trattare la posizione mia e di mia moglie, dott.ssa Carmen Santoro, omette circostanze essenziali, già esistenti al momento della pubblicazione, offrendo così al lettore una ricostruzione gravemente incompleta e fuorviante. Già al momento della presentazione della domanda per il posto semidirettivo presso il Tribunale di Bergamo, nella dichiarazione relativa ai possibili profili di incompatibilità, avevo infatti esplicitamente rappresentato, d'intesa con mia moglie, l'impegno a rimuovere ogni causa ostativa, evitando la nostra contemporanea permanenza negli uffici giudiziari di Bergamo. Tale impegno non è rimasto sul piano delle mere intenzioni. Pur non essendo ancora intervenuta la deliberazione del Plenum del CSM, e non essendo dunque la nomina ad oggi formalizzata né in alcun modo scontata, la dott.ssa Santoro ha presentato, in data 11 aprile 2026, domanda di trasferimento in prevenzione, con finalità conoscitiva, anche in funzione della rimozione di ogni profilo ostativo e affinché il CSM possa tenerne conto in vista del prossimo bando di trasferimento ordinario (previsto per il mese di maggio p.v.). Si tratta di una circostanza decisiva, poiché dimostra che il tema richiamato nel pezzo era stato considerato e affrontato sin dall'origine con piena consapevolezza e mediante iniziative concrete, assunte ben prima della deliberazione finale del CSM e dunque in termini del tutto diversi da quelli prospettati al lettore. Parimenti inesatta è l'affermazione secondo cui, "una volta nominato il magistrato (incompatibile), nulla assicura che i famigliari che determinano la situazione di incompatibilità si trasferiranno altrove". Tale assunto, infatti, nella specie è smentito non soltanto dalla già citata presentazione, prima della pubblicazione del pezzo, della domanda di trasferimento in prevenzione, ma anche dalla circostanza che l'ordinamento prevede specifici strumenti e procedure per l'accertamento e la rimozione delle situazioni di incompatibilità, fino all'adozione dei conseguenti provvedimenti di trasferimento d'ufficio da parte degli organi competenti. Anche la conclusione secondo cui il Tribunale di Bergamo starebbe diventando "un curioso caso di studio di incompatibilità eclatanti tra magistrati e i loro parenti" propone al lettore una qualificazione suggestiva e screditante, formulata come se si trattasse di circostanze già verificatesi e pienamente acclarate, mentre, per quanto qui interessa, si è in presenza di una situazione potenziale, già considerata dagli interessati e già oggetto di iniziative concrete finalizzate ad evitarla preventivamente. Rilevo infine che, prima della pubblicazione, né io né mia moglie siamo stati contattati per fornire chiarimenti o precisazioni su circostanze evidentemente delicate e determinanti ai fini di una corretta comprensione dei fatti. Chiedo pertanto che la presente rettifica sia pubblicata integralmente, con evidenza identica a quella dell'articolo lesivo della reputazione della dr.ssa Santoro e del sottoscritto, sia nell'edizione online, sia in quella cartacea del quotidiano.
Distinti saluti.
Luca Tringali
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Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021), "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023), "Massacro giudiziario" (Liberilibri, 2026). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]