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Davigo presenta il terzo ricorso in Cassazione contro la sua condanna
Da pm considerava l’eccesso di impugnazioni uno strumento dei potenti e dei colletti bianchi per “farla franca”. Ora da imputato e pregiudicato ha cambiato radicalmente opinione
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3 APR 26

Quando era presidente della II sezione penale della Cassazione, Piercamillo Davigo nel libro “Giustizialisti” scritto con Sebastiano Ardita (prefazione di Marco Travaglio) scriveva che il problema della giustizia in Italia è l’abuso della impugnazioni: “I ricorsi per Cassazione in materia penale sono cresciuti in modo costante dal 2007 al 2014, passando da 43.732 a 55.822, per poi ridiscendere a 53.539 nel 2015”. Invece “all’estero non sempre sono previsti rimedi ulteriori contro le sentenze di primo grado. Laddove lo siano, molte volte questi non vengono ammessi e anzi vengono letteralmente bollati come ‘perdita di tempo’”.
Ma da imputato Davigo ha cambiato radicalmente opinione: ha infatti presentato il terzo (al momento) ricorso in Cassazione contro la sua condanna.
La vicenda è quella ormai nota dei verbali dell’avvocato Amara – che proprio nei giorni scorsi, ha raggiunto un accordo a Brescia per ottenere un patteggiamento di 2 anni per calunnia – sulla fantomatica “loggia Ungheria”. Davigo, all’epoca consigliere del Csm, aveva indotto il pm di Milano Paolo Storari che era andato da lui per chiedere consiglio a consegnargli quei verbali secretati, e poi li ha spiattellati in giro a membri del Csm e gente a caso, segretarie e politici, al di fuori di ogni regola e procedura. Davigo sostiene di aver agito così per tutelare meglio il segreto, provocando però di fatto una fuga di notizie riservate senza precedenti.
Per questa faccenda, il “giustizialista” di Mani pulite è finito a processo a Brescia, dove è stato condannato in primo grado a 1 anno e 3 mesi, sentenza impugnata e poi confermata in appello. Ma siccome, come ha riferito a Fedez, riteneva di essere stato condannato “perché a Brescia non sempre le cose le capiscono”, Davigo ha fatto ricorso in Cassazione, che però ha confermato la sentenza per la rivelazione del segreto per un capo d’imputazione, rendendo la condanna definitiva, e l’ha invece annullata per un’altra parte con rinvio per un ulteriore giudizio della Corte di appello di Brescia ma in una nuova sezione.
A quel punto, in attesa del nuovo appello, Davigo ha presentato un ricorso straordinario in Cassazione contro la parte che è diventata una condanna definitiva. I ricorsi straordinari sono rarissimi – meno dell’1 per cento, e quasi sempre rigettati – perché servono a rimediare un “errore materiale o di fatto” dei giudici supremi: evidentemente Davigo pensava che anche i suoi colleghi della Cassazione, come quelli di Brescia, non sempre capiscono le cose. Ma la II sezione penale (la stessa che era stata presieduta da Davigo) ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario condannando l’ex collega, oltre alle spese legali, anche a una sanzione per l’impugnazione totalmente pretestuosa. “La decisione della Corte di cassazione è fondata su un elemento di fatto della cui realtà e corretta percezione non si dubita e che è stata ritenuta dimostrativa della consapevolezza della scelta illecita operata dall’odierno ricorrente”, recita la sentenza.
Nel frattempo, è arrivata anche la sentenza dell’appello-bis e la Corte d’appello di Brescia, in una nuova composizione, ha confermato la condanna a 1 anno e tre mesi rispondendo meglio nelle motivazioni ai rilievi della Cassazione. “Davigo ha intenzionalmente divulgato a molteplici soggetti, più o meno intranei al Consiglio superiore della magistratura, i contenuti di quei verbali e talora consegnando materialmente copia dei verbali così violando innanzitutto quei doveri di riserbo e di silenzio che, oltre al codice di procedura penale, gli erano specificamente imposti dal suo alto ruolo” di membro del Csm. I giudici bresciani hanno censurato il comportamento di Davigo in ogni suo passaggio, a partire dalle “modalità carbonare” usate per spifferare i verbali. E’ la quinta sentenza che condanna Davigo e respinge la sua linea difensiva: “Il mio pensiero era rimettere il procedimento sui binari della legalità”. La realtà storica e giudiziaria è opposta: Davigo ha provocato un deragliamento dai binari della legalità.
Ma l’ex presidente dell’Anm non demorde e così ha appena presentato un nuovo ricorso in Cassazione, il tris, contro l’appello-bis. “La sentenza ricorsa merita di essere nuovamente cassata poiché ha completamente disatteso i principi devolutivi sanciti da Codesta Suprema Corte di legittimità, riproducendo i medesimi vizi della precedente pronuncia”, recita l’impugnazione del difensore di Davigo, l’avv. Davide Steccanella. Insomma, la tesi di fondo è che a Brescia le cose non le vogliono proprio capire. Si vedrà come andrà a finire.
Di certo c’è che questo processo ha fatto scoprire l’importanza delle garanzie, anche per i pregiudicati. Se l’inflessibile magistrato Davigo considerava l’eccesso di impugnazioni uno strumento dei potenti e dei colletti bianchi per “farla franca”, l’imputato Piercamillo sta battendo tutti i record di ricorsi. Ora si avvia al sesto giudizio – primo grado, appello, Cassazione, ricorso straordinario in Cassazione, appello-bis e Cassazione-tris – in cui finora 25 magistrati (19 giudici e 6 pubblici ministeri) sono stati concordi sulla sua colpevolezza. Si vedrà cosa deciderà la Cassazione. Ma se dovesse andare male ancora una volta, c’è sempre la possibilità di un altro ricorso straordinario in Cassazione e poi, eventualmente, alla Cedu. Se non arriverà l’agognata assoluzione, Davigo si potrà consolare con un Guinness World Record per numero di ricorsi in un solo processo.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali