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Passato il referendum, la battaglia perché il processo sia giusto resta
La vicenda biblica di Susanna, risalente a 2200 anni fa, anticipa i principi del giusto processo: un monito ancora attuale per magistrati e operatori del diritto
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1 APR 26

Foto LaPresse
Passata la concitazione della campagna referendaria e del voto si può (finalmente) tornare a ragionare con calma e moderazione sui temi della giustizia, tornati alla ribalta grazie al referendum e alla alta partecipazione popolare che ha sorpreso tutti in quanto sconosciuta da diversi anni. L’occasione ce la dà la prima lettura della liturgia eucaristica di lunedì 23 marzo, proprio nel giorno in cui si è conclusa la consultazione referendaria e si sono conosciuti i suoi risultati.
Nel racconto del libro del profeta Daniele (Dn 13,1-9.15-17.19-30.33-62), la giovane Susanna – dopo essersi sottratta al tentativo di violenza da parte di due anziani, eletti giudici del popolo –, viene da loro accusata di adulterio e condannata. Quando sta per essere lapidata il giovane Daniele chiede e ottiene di poter “contro/esaminare”, separatamente, i suoi accusatori. A seguito di una semplice domanda (“sotto quale albero avete visto i due amanti?”), alla quale i due giudici/testimoni rispondono contraddicendosi, emerge la verità: la donna viene riconosciuta innocente e i suoi accusatori colpevoli di calunnia. Risultato: assoluzione dell’imputata e condanna per gli accusatori.
La lettura tratta dall’Antico testamento, risalente a circa 2200 anni fa, è una fulgida applicazione ante litteram del “giusto processo” come modellato dall’art. 111 della Costituzione (“Nel processo penale la legge assicura che la persona accusata di un reato… abbia la facoltà, davanti al giudice di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico… nelle stesse condizioni dell’accusa”). Essa evidenzia un principio di civiltà giuridica che, pur apparendo oggi ai più “scontato”, è diventato un pilastro del nostro ordinamento penale solo da pochissimi anni (entrò in vigore durante il Governo D’Alema nel 2000).
Il profeta Daniele mette inoltre in evidenza, con la sua sapienza “giuridica”, il pre-giudizio secondo il quale la tesi accusatoria – solo perché sostenuta da un funzionario pubblico (oggi il pubblico ministero, fino al 1989 anche il giudice istruttore) che agisce (o dovrebbe agire) “nell’interesse dello stato” – sarebbe meritevole di maggiore considerazione rispetto a quella “di parte” della difesa dell’imputato. Un tale pregiudizio, invece, è fonte di enormi rischi di gravi errori giudiziari e, con essi, di dolorosissime “vite spezzate”.
In più di una circostanza, nel corso dei dibattiti che ho avuto in quest’ultimo mese con alcuni magistrati, ho ascoltato questa giustificazione, secondo me profondamente sbagliata: pubblici ministeri e giudici possono tranquillamente continuare ad essere colleghi, proprio perché entrambi sarebbero portatori di una “verità più vera”, in quanto asseritamente imparziale e non di parte. Tale pensiero è tuttavia pericolosissimo proprio perché tradisce una pre-comprensione della realtà processuale dalla quale ogni giudice dovrebbe rifuggire e prendere nettamente le distanze se vuole evitare il più possibile di incorrere nei tragici errori giudiziari che troppo spesso hanno distrutto la vita di tante persone.
Il risultato referendario è stato netto e la volontà popolare non può essere messa in discussione, ma credo che proprio per rispetto del popolo italiano, che col suo voto ha voluto preservare la “sacralità della Costituzione”, l’art. 111 della nostra legge fondamentale debba diventare ogni giorno di più il faro e il pilastro ermeneutico sul quale fondare le regole del giusto processo e del “discernimento di giudizio”. Questo vale certamente per tutti gli operatori del diritto, ma vale innanzitutto e ancor di più per il giudice, terzo e imparziale.
Alessandro Benedetti è avvocato e docente universitario di Diritto penale