“La pagheranno cara”: la minaccia dei magistrati ai colleghi per il Sì

Nelle ore successive al trionfo del No è circolato in una chat delle toghe un avvertimento ai colleghi che avevano sostenuto la riforma Nordio. "Un messaggio minatorio", lo definisce la giudice Giuffrida. "Ma non ci lasciamo intimorire"

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28 MAR 26
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Ansa

Dopo il referendum le tensioni nella magistratura restano altissime. Non ci sono stati soltanto i cori di scherno rivolti ad alcune toghe che si erano schierate per il Sì, e gli “avvisi” pubblicati sui social da magistrati nei confronti dell’avvocatura. Nelle ore successive al trionfo del No è circolato in una chat delle toghe anche un avvertimento esplicito ai colleghi eretici che avevano sostenuto la riforma Nordio: “La pagheranno cara”. Il messaggio è stato poi cancellato, ma nel frattempo era stato inoltrato a Carmen Giuffrida, giudice al Tribunale per i minorenni di Catania, tra i promotori del gruppo di magistrati per il Sì. “Un messaggio minatorio”, lo definisce Giuffrida al Foglio, raccontando anche il seguito surreale della vicenda: “Avendo saputo che il messaggio era arrivato alla mia attenzione, il magistrato in questione mi ha pregato di non nominarlo e di non metterlo in mezzo a polemiche pubbliche. Una situazione imbarazzante”. Anche penosa, aggiungiamo noi.
Giuffrida, che durante la campagna referendaria si è spesa molto per le ragioni del Sì, fa comunque capire che gli avvertimenti sono destinati a cadere nel vuoto: “Io ho le spalle larghe e questi messaggi non mi intimidiscono. Lo stesso vale per i miei colleghi che si sono uniti alla campagna per il Sì. Non abbiamo alcun timore. Una volta che ci si espone bisogna portare avanti la battaglia. Questa l’abbiamo persa, ma in fondo una battaglia non fa la guerra. L’obiettivo resta quello di sconfiggere il sistema, di riuscire ad attuare la separazione delle carriere e di riformare la magistratura in modo da evitare il clientelismo correntizio e politico”, afferma Giuffrida.
La giudice ammette che “il colpo è stato duro”, e pone l’attenzione sui problemi della campagna referendaria portata avanti dal governo: “C’è stato un chiaro difetto di comunicazione tra il governo e le regioni. Io sono siciliana e so bene che la Sicilia è sempre stata una regione in mano al centrodestra. Eppure al referendum ha vinto il No, questo è incredibile, evidentemente i referenti dei partiti non hanno eseguito gli ordini di scuderia. Ovviamente non intendo dire che bisogna essere ubbidienti, ma se si fa parte di un partito bisognerebbe essere allineati agli obiettivi da raggiungere”, osserva Giuffrida.
Ma in generale, prosegue la giudice, “non ha aiutato il fatto di non avere mandato un messaggio chiaro, lineare e non allarmistico. La gente oggi non vuole allarmismi, è già abbastanza spaventata dalla guerra, da Trump e via dicendo”. A questi difetti di comunicazione si sono poi aggiunte certe dichiarazioni evitabili di Nordio, Delmastro e Bartolozzi. “Queste uscite sicuramente non hanno aiutato, così come non hanno aiutato i messaggi che legavano il referendum alla vicenda della famiglia nel bosco o alla questione degli immigrati. E’ emersa l’assenza di qualsivoglia coordinamento nella comunicazione del governo e anche la difficoltà della presidente del Consiglio di circondarsi di persone delle quali si può fidare ciecamente”, aggiunge Giuffrida.
Oggi si terrà la prima riunione del comitato direttivo dell’Associazione nazionale magistrati, uscita vincitrice dalla disputa referendaria. I magistrati dovranno trovare un accordo sul nome del nuovo presidente, dopo le dimissioni di Cesare Parodi, e anche sul futuro del Comitato per il No promosso dall’associazione, che secondo alcuni potrebbe addirittura restare in vita. “Non vedo alcuna ragione per la quale un comitato che si chiama Comitato per il No dovrebbe continuare a esistere anche dopo il referendum. Se questo avvenisse sarebbe la prova della costituzione di un partito che vede la partecipazione di magistrati e partiti di sinistra”, dichiara Giuffrida, che invita i vertici dell’Anm a dar seguito agli argomenti usati durante la campagna elettorale: “Dal momento che hanno sempre ammesso che la giustizia ha bisogno di riforme, ora coerentemente dovrebbero essere i primi a formulare delle proposte in grado di risolvere i problemi”, conclude.