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un modello di 2000 anni fa

Dagli Apostoli al Csm. Perché fidarsi del sorteggio non significa tradire il merito

Fabiano Amati

Quando i seguaci del Messia furono chiamati a scegliere il sostituto di Giuda, si arrivò a due nomi: Giuseppe e Mattia, entrambi in regola e vincitori di concorso. L'esito dipese da un sorteggio. Ma non è un colpo di scena mistico: è un modello

Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli” (At 1,26). Dentro questo versetto degli Atti degli Apostoli c’è più diritto che in molti manuali. I discepoli di Gesù devono scegliere il sostituto di Giuda. Dopo il suo tradimento e la morte bisogna ricostituire il plenum, un collegio di persone soggette solo alla “legge”, che per loro è la parola di Dio. Pietro, pur avendo il mandato di guidare il gruppo, non si prese l’arbitrio di comporre una lista da far votare per consolidare il suo potere attraverso il nuovo eletto, promettendo carriere episcopali. Si preoccupò di fissare i requisiti di ammissione per poter accedere a un elenco di pari. Quali i requisiti “concorsuali”, verrebbe da dire? L’aver percorso tutta la vita pubblica di Gesù, dal battesimo lungo il fiume Giordano all’ascensione al Cielo. Insomma, la scelta doveva cadere su un testimone diretto e continuativo, con un curriculum completo di partecipazione ai fatti, agli avvenimenti.

Si procede, quindi, prima verificando la professionalità, poi – ma solo poi – la scelta. La preselezione “concorsuale” produsse due nomi: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato “il giusto”, e Mattia. Tutti e due in regola. Tutti e due vincitori di concorso e riconosciuti idonei dai centoventi che pur aspiravano al ruolo. A questo punto, se i discepoli avessero agito condizionati dal dibattito referendario di questi giorni, si sarebbero fermati a discutere per mesi sulla legittimità di un sorteggio tra pari per un incarico di alta amministrazione, confondendo il compito della vigilanza “amministrativa” sull’esecuzione della legge di Dio, con il potere di rappresentare la sovranità di Dio e la relativa abilitazione – addirittura – di sostituirsi a Lui. I discepoli, invece, fanno una cosa spiazzante: dicono Sì alla selezione tra pari con sorteggio e tirano a sorte, riconoscendo che tra quei due, entrambi vincitori di “concorso”, il merito non li distingue più, perché sono pari. La sorte cade su Mattia. Nessuno contesta, nessuno fa ricorso, nessuno parla di brogli.

Ma questo non è un colpo di scena mistico, ma un modello. E’ un sorteggio temperato: non la pesca a caso nell’urna di tutti, ma l’estrazione, appunto, tra pari qualificati. Il caso non ha sostituito il merito, ma è intervenuto quando il merito ha già fatto la sua parte e non basta più a decidere. Il sorteggio diventa così una garanzia contro le deformazioni del potere interno, non un alibi per rinunciare alla qualità del prescelto. La riforma costituzionale, su cui voteremo, si muove su questa stessa logica, di cui forse sono ignari i suoi stessi proponenti, pur in un contesto laico e costituzionale. Per i membri togati dei due nuovi consigli superiori, il sorteggio sarà tra i magistrati (nel numero e secondo le procedure previste dalle leggi di attuazione), assumendo che l’esercizio della giurisdizione (sentenze penali, civili, fallimentari, di famiglia) sia di per sé prova sufficiente d’idoneità per lo svolgimento di ruoli molto meno impegnativi dell’auto-amministrazione su carriere e procedimenti disciplinari. Per i laici, invece, il Parlamento compilerà un elenco di professori ordinari di materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di professione (anche in questo caso nel numero e secondo le procedure previste dalle leggi di attuazione) e all’interno di quell’elenco si procederà all’estrazione. Prima il vaglio dei requisiti, poi la sorte: esattamente la sequenza degli Atti degli Apostoli, ai quali torniamo, gustando la bellezza di versetti immortali.

Perché scegliere il sorteggio e non l’elezione? Pietro conosce bene il rischio delle appartenenze e delle convenienze interne. Ha avuto un Maestro di quella fattura e convissuto per tre anni con Giuda nel collegio dei dodici senza che nessuno lo mettesse in discussione. Ha sperimentato sulla sua pelle la fragilità del giudizio umano e le sue convenienze, rinnegando addirittura tre volte. Di fronte a candidati ugualmente qualificati, pari, la scelta elettiva non aggiunge qualità, ma apre le porte alle cordate. E’ il nodo che Pietro vuole evitare e che dalle parti dell’attuale Csm ha un nome preciso: correntismo. Presidenti della Repubblica e studiosi hanno denunciato in questi anni come il sistema delle correnti abbia piegato il Csm da presidio di autonomia a luogo di scambio politico-corporativo, influenzando il prodotto delle decisioni giurisdizionali, soprattutto nella fase più problematica delle indagini preliminari; e tutto ciò, senza scomodare parole da estrarre e virgolettare dalle opere di Elias Canetti, per l’inclinazione umana alle seduzioni del potere e della carriera, alleandosi – spesso – anche con la violenza delle parole, se non delle vie di fatto.

All’interno di questa riforma, il sorteggio non è una resa ma una scelta di equità. Stabilita una soglia seria di competenza, si toglie alle correnti il monopolio dell’accesso agli organi di auto-amministrazione, restituendo a ogni magistrato la possibilità reale di essere sorteggiato, senza dover contrarre debiti di riconoscenza associativa. È un atto di fiducia nella qualità diffusa della magistratura, non un processo alle intenzioni dei singoli. Il Vangelo ci dà anche un’indicazione sulla legittimazione che nasce dal sorteggio. Mattia, una volta estratto, viene “associato” agli undici. Il testo greco usa la parola, qui traslitterata, “synkatapsephizō”, contare insieme, includere a pieno titolo. Non c’è l’idea dell’apostolo di riserva o del sostituto precario. Nessuno gli appiccica addosso l’etichetta del “non scelto da Gesù”, e questo non ne riduce l’autorità. Conta il possesso dei requisiti e la missione da svolgere, non il meccanismo tecnico della designazione. Anche per i nuovi Consigli superiori, la legittimazione non passa dal voto delle correnti, ma dai requisiti fissati dalla Costituzione e dalla legge e dalla neutralità del sorteggio. Il componente sorteggiato non è meno autorevole dell’eletto, ma porta semplicemente una diversa carta d’identità istituzionale, meno dipendente dalle dinamiche di gruppo e più affidata a regole uguali per tutti. L’uno vale uno, ma tra pari. L’unico caso di uno vale uno ammesso dalla Costituzione dei nostri padri, perché i magistrati sono uguali tra loro e soggetti solo alla legge

Infine, c’è il banco di prova degli effetti. Dopo il sorteggio, Mattia riceve lo Spirito Santo a Pentecoste insieme agli altri. La comunità si consolida; non ci sono fonti antiche che registrino scissioni o malumori legati alla sua designazione. Il sorteggio, lungi dal dividere, ha prodotto concordia, perché ha tolto ai singoli la possibilità di rivendicare la paternità della scelta. E’ il tipo di concordia che oggi manca spesso nell’auto-amministrazione della magistratura, logorata da campagne interne permanenti che si proiettano sulla fiducia dei cittadini nel giudice. Il giudice, l’unica parte del processo a cui dare il massimo del rispetto e, per farlo, occorre tenerlo immune da sospetti. L’episodio di Mattia consegna una lezione semplice e anche scomoda: il sorteggio è una forma alta di selezione quando due condizioni sono entrambe presenti. Primo, tutti i candidati sono professionalmente all’altezza. Secondo, il meccanismo elettivo è esposto a distorsioni tali da tradire la sua funzione. Queste due condizioni c’erano nella Gerusalemme del 30 d. C. e ci sono, in forme diverse, nell’ordinamento italiano del 2026. Votare Sì al referendum sul sorteggio, perché questo referendum è solo sul sorteggio (il resto è contorno e non avrebbe mobilitato in tal modo), non significa abdicare alla scelta, ma riconoscere che, tra pari, il sorteggio è il suggerimento del Vangelo contro le correnti di ogni tempo. E se fu scelto il sorteggio per completare il collegio dei discepoli, ossia il collegio dei chiamati a predicare l’avvenimento della salvezza, così da ottenere la sentenza assolutoria per la vita eterna, è mai possibile che non si possa sorteggiare tra pari chi dovrà decidere il capo della procura della Repubblica di Lanusei?

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