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Il comune di Milano rivendica le sue scelte urbanistiche e attacca la procura. La memoria
In una memoria l’amministrazione Sala spiega di aver sempre rispettato le norme sulla rigenerazione urbana, ricorda che le decisioni sono sempre state avallate dai giudici, e critica i pm: non condividiamo il vostro “nuovo orientamento giurisprudenziale”
Il comune di Milano non abbassa il capo di fronte all’ondata di inchieste della procura sull’urbanistica. Anzi, in una memoria depositata in uno dei processi nati dalle iniziative dei pm (quello su Torre Milano di Via Stresa), che il Foglio ha potuto visionare, l’amministrazione comunale ribadisce di aver sempre rispettato le norme che dal 2013 in poi hanno regolato la rigenerazione urbana, ricorda che le decisioni sono sempre state avallate dai giudici amministrativi, e manda un messaggio chiaro alle toghe: non condividiamo il vostro “nuovo orientamento giurisprudenziale”; se abbiamo cambiato le linee guida sull’edificazione in città è “al solo fine di evitare il moltiplicarsi di nuove indagini penali, sequestri di cantieri e imputazioni”.
Nella memoria, firmata dall’avvocato Antonello Mandarano, direttore dell’avvocatura del comune di Milano, si riepilogano le principali modifiche normative che sono intervenute negli ultimi anni in materia di interventi di rigenerazione urbana: il nuovo Piano di governo del territorio (Pgt) adottato dal comune nel 2012, le nuove norme statali che hanno ridefinito il concetto di ristrutturazione edilizia nel 2013, e infine l’estensione nel 2016 – sempre con legge dello stato – dell’applicazione della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) agli interventi edilizi di ristrutturazione e di nuova edificazione. L’applicazione di queste nuove norme, sottolinea il legale del comune guidato da Beppe Sala, “ha prodotto una semplificazione delle procedure e dato impulso agli interventi di riqualificazione del patrimonio edilizio esistente”.
La rigenerazione urbana, si ricorda nella memoria, “riguarda fabbricati legittimamente edificati nel passato, spesso degradati o dismessi, dei quali si procede alla demolizione. Segue quindi la bonifica del terreno sottostante, se inquinato, e la successiva costruzione di nuovi edifici, aventi caratteristiche architettoniche sensibilmente diverse, ma la stessa volumetria abitabile degli edifici demoliti e caratteristiche di maggiore efficienza energetica”. Questi interventi comportano, per esempio, la trasformazione di bassi capannoni industriali in palazzi condominiali della stessa volumetria abitabile, ma sviluppati in altezza, quindi anche con un recupero di superficie verde. Il legale del comune milanese evidenzia gli effetti di questa politica urbanistica: “Nel 2020 sono stati censiti 178 immobili dismessi, 124 dei quali sono stati oggetto di interventi di riqualificazione conclusi, o in fase di attuazione, o progettati”. Inoltre, “sono stati realizzati importanti parchi urbani per una superficie di circa 1.250.000 metri quadri di nuove aree destinate a verde pubblico”.
Su queste basi, il comune risponde a tono alla marea di iniziative giudiziarie avviate dalla procura: “Non risulta che prima del 2022/2023 la procura della Repubblica abbia mai sollevato censure nei riguardi dell’attività del comune di Milano, attuata da almeno 12 anni. Né i provvedimenti del comune sono mai stati censurati sino al 2023 da parte di alcun giudice penale, amministrativo, civile o contabile, presso i quali non hanno trovato accoglimento gli esposti e i ricorsi pure presentati nel corso degli anni da soggetti terzi controinteressati alla realizzazione degli interventi edilizi in questione”. Segue l’elenco delle numerose sentenze del Tar della Lombardia, del Consiglio di stato e pure della Cassazione che hanno accertato la legittimità dell’operato del comune di Milano, e “fatto in modo così che si consolidasse, presso gli uffici comunali e i progettisti privati, il convincimento della correttezza di tali prassi interpretative e operative”.
Il comune di Milano rivendica dunque le proprie decisioni, specificando che solo in seguito all’emergere delle inchieste “ha ritenuto prudente adeguare le proprie prassi operative a tale orientamento interpretativo più restrittivo (quello della procura, ndr), disattendendo le interpretazioni più estensive che pure permangono in giurisprudenza”. Attenzione, però: “Con tali determinazioni – sottolinea il legale di Palazzo Marino – il comune non ha inteso aderire agli orientamenti interpretativi della procura della Repubblica di Milano desumibili dagli atti di indagine, che, alla luce della giurisprudenza amministrativa sopra riportata, non sono condivisi dall’amministrazione comunale”.
Il legale diventa più esplicito: “Il comune si è determinato ad adeguare le proprie prassi amministrative a tali orientamenti al solo fine di evitare il moltiplicarsi di nuove indagini penali, sequestri di cantieri e imputazioni”, che determinerebbe “notevoli ricadute di rilevanza pubblica sull’attività degli uffici del comune, delle imprese di costruzione, nonché sul mercato immobiliare di Milano e sulla vita delle persone che fanno affidamento sulla possibilità di utilizzare tali unità immobiliari come abitazioni o luoghi di lavoro”. Insomma, il comune di Milano non abbassa la testa: la battaglia sull’urbanistica continua.
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