Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria,
dando ieri l’annuncio che un detenuto 18enne di origini egiziane è morto carbonizzato nella sua cella a San Vittore, un materasso incendiato, ha specificato con prudenza “non crediamo possa parlarsi di suicidio”. Ha ragione ma anche tragicamente torto, per due motivi diversi. Il primo è tecnico, incendiare un materasso è mettere a rischio, per protesta, la propria vita.
Il secondo è che nel 2024 i suicidi di detenuti sono 70, record inaccettabile, cui vanno aggiunti i sette agenti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. E quando 70 cittadini affidati alla custodia dello stato e sette rappresentanti di quello stesso stato si tolgono la vita, è più corretto parlare di omicidio di stato. Non è una forzatura polemica, è la constatazione politica che queste morti sono il frutto diretto, e forse da qualcuno messo in conto, non solo di un disinteresse civile e umanitario, ma del tradimento dello stato di diritto e dello stesso dettato costituzionale.
Nel quale la pena è rieducativa e non solo afflittiva: “Si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti”, secondo un amaro aforisma garantista. Va detto inoltre che Joussef Moktar Loka Baron era in custodia cautelare e in attesa di giudizio, e una perizia psichiatrica precedente lo aveva certificato non compatibile col carcere
. Una comunissima storia ignobile, se si tiene conto che i detenuti in attesa di giudizio sono diecimila su 60 mila, oltre a quelli che per gravi motivi – tossicodipendenze, malattie – non dovrebbero starci. Eppure, ha denunciato Antigone, in soli 12 mesi nelle patrie galere ci sono 4.000 detenuti in più, e il sovraffollamento è fuori controllo, un tasso del 130 per cento. E’ dunque giustificato, davanti a una mattanza che non ha eguali nei sistemi penitenziari delle democrazie occidentali, parlare di omicidi e non suicidi. E questo tenendo ovviamente presente di quanto sempre più spesso le vittime sono gli agenti: come ha denunciato l’Osapp il governo – pur a parole securitariamente attento a rendere “efficiente” il regime di detenzione, “sta assistendo passivamente al collasso del sistema”, ha denunciato il segretario Leo Beneduci. Situazione fuori controllo e fuori stato di diritto, e sul governo pende un duplice capo d’accusa.
Il primo di disinteresse e inefficienza. Le misure di riforma carceraria appena approvate, secondo Patrizio Gonnella di Antigone, “non incideranno sul sovraffollamento essendo afflitte da minimalismo”. I meccanismi previsti per la liberazione anticipata sono farraginosi e lenti – l’unica proposta risolutiva è quella di Roberto Giachetti, che giace inascoltata dal 2022 – sulle strutture si è messo poco e anche sulle necessarie assunzioni di mille agenti tutto è slittato al 2025. Non si intravede all’orizzonte una vera riforma carceraria, riflettere seriamente su indulto e amnistia è diventato tabù con i governi “panpenalisti” (gialloverde prima e l’attuale).