Reazioni dopo la lettura della sentenza del Tribunale di Milano per i 15 imputati nel processo Eni (ANSA/ MATTEO CORNER) 

Eni e i danni di un processo nato con indizi ma senza prove

Ermes Antonucci

Le accuse smontate, le prove mancanti e il danno economico

Tutti assolti. È bastato un processo di primo grado per far crollare clamorosamente l’inchiesta sulla presunta corruzione più grande della storia italiana, e non solo. La Settima sezione penale del tribunale di Milano, presieduta dal giudice Marco Tremolada, ha assolto perché “il fatto non sussiste” tutti i quindici imputati finiti a processo per la presunta corruzione internazionale, da oltre un miliardo di dollari, legata all’acquisizione da parte di Eni e Shell dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl 245 in Nigeria. Assolti dunque, tra gli altri, l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore (e attuale presidente del Milan) Paolo Scaroni, le due società Eni e Shell, i manager della società olandese, l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete, il responsabile di Eni nell’area dell’Africa subsahariana Roberto Casula, l’ex manager Eni Vincenzo Armanna, l’ex manager di Nae (controllata Eni in Nigeria) Ciro Antonio Pagano, l’imprenditore Gianfranco Falcioni e Luigi Bisignani.


Bocciato senza scampo l’impianto accusatorio dei pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, che per Descalzi e Scaroni avevano chiesto condanne a otto anni di reclusione.


Al centro dell’inchiesta della procura milanese vi era l’accusa rivolta a Eni e Shell di aver pagato una maxitangente da un miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere nel 2011 la licenza Opl 245, una concessione esplorativa di idrocarburi che riguarda un’area situata in acque profonde circa 150 chilometri al largo del Delta del fiume Niger. La somma in questione, in realtà, venne pagata da Eni e Shell al governo nigeriano alla luce del sole, con un versamento su un conto di garanzia del governo di Abuja presso la sede londinese della banca internazionale J.P. Morgan. Di questa somma, 800 milioni furono poi versati dal governo nigeriano alla società locale Malabu, alla quale originariamente era stata assegnata (e poi revocata) la licenza, per mettere fine a un contenzioso che andava avanti da oltre un decennio. Il problema è che, secondo i pm, una parte di quei soldi sarebbe poi finita nelle mani di politici e faccendieri locali, a dimostrazione dell’avvenuta stipulazione di un patto corruttivo da parte di Eni e Shell con alcuni esponenti dell’amministrazione locale per ottenere la licenza.


Nel corso del processo, i manager di Eni si sono difesi sottolineando come i pagamenti fossero avvenuti rispettando a pieno tutte le leggi internazionali. Eni, inoltre, non era tenuta a conoscere, né conosceva, l’uso che sarebbe poi stato fatto dei fondi versati al governo di Abuja.


Ma l’elemento più incredibile, evidenziato dalla difesa degli imputati, è che nel corso del processo gli inquirenti non sono mai riusciti a produrre una prova dell’esistenza del presunto accordo corruttivo, tanto da ammettere in aula persino di non avere neanche le prove dei pagamenti delle tangenti ai pubblici ufficiali. Quello che è stato definito il “processo del secolo” per la più grande corruzione internazionale della storia si è ritrovato, così, a non avere alcuna prova né di una corruzione né di tangenti.
“Finalmente dopo tre anni di processo, decine di udienze, migliaia di documenti analizzati e di testimonianze abbiamo finalmente una sentenza che restituisce a Claudio Descalzi la sua reputazione professionale e ad Eni il suo ruolo di azienda leader dell’energia e di orgoglio del nostro Paese”, ha dichiarato l’avvocato Paola Severino, difensore di Descalzi, commentando la sentenza di assoluzione.


“Speriamo di aver finito questo calvario, perché Paolo Scaroni è sotto processo da dodici anni ed è stato assolto in tutti i gradi di giudizio per l’Algeria e sempre con formula piena. Ora viene assolto in questo grado di giudizio per la vicenda Nigeria. Sarà molto lieto anche lui”, ha invece affermato l’avvocato Enrico de Castiglione, legale di Scaroni, ricordando la recente assoluzione definitiva ottenuta  dall’ex ad di Eni nel caso Saipm-Algeria, su una presunta maxitangente da 197 milioni di dollari. Anche in quel caso ad avviare l’inchiesta era stata la procura di Milano. Che fine ha fatto nel frattempo l’esplorazione del giacimento petrolifero Opl 245? Eni e Shell hanno investito circa 2,5 miliardi di dollari, il governo nigeriano ha deciso (anche alla luce di un’inchiesta giudiziaria così dirompente) di rallentare tutte le operazioni e dopo dieci anni ancora non è stata estratta neanche una goccia di petrolio.