Editoriali
Appunti di semplice civiltà sul caso Verdini
La visita nelle carceri non è un privilegio né un inciucio, ma un diritto

Tra il 23 e il 24 dicembre alcuni parlamentari hanno fatto visita all’ex senatore Denis Verdini, recluso nel carcere di Rebibbia a Roma dal 3 novembre in seguito alla condanna definitiva per la bancarotta del Credito cooperativo fiorentino. A portare un saluto all’ex senatore sono stati il leader della Lega Matteo Salvini, tra l’altro fidanzato con la figlia di Verdini, e altri esponenti politici non solo del centrodestra, come Matteo Renzi, Luca Lotti, Ignazio La Russa, Daniela Santanché, Maurizio Lupi, Renata Polverini e Antonio Angelucci. Nonostante il periodo natalizio dovrebbe, banalmente, indurre tutti a un maggiore senso di solidarietà e di tolleranza, alcuni quotidiani (come Il Fatto quotidiano e La Repubblica) sono riusciti ad alimentare polemiche persino in una circostanza così dolorosa per un uomo di 69 anni.
Se il saluto di Salvini al proprio “suocero” è apparso piuttosto scontato, molta ironia è stata fatta invece sulle visite degli altri parlamentari. Abituati a vedere politica dappertutto, alcuni quotidiani hanno infatti speso energie e inchiostro per ricostruire la vicenda in chiave politica, sottolineando la particolare coincidenza tra le attuali tensioni nel governo e gli incontri con colui che fu tra i principali fautori del “patto del Nazareno”. Per rendere questa lettura più credibile e gustosa, alcuni si sono persino spinti a riportare che Verdini si sarebbe fatto crescere “una lunga barba bianca”, così da rafforzare “l’aspetto da saggio consigliere”. Inutile ricordare che è la legge italiana – articolo 67 della legge sull’ordinamento penitenziario – a riconoscere ai parlamentari, ai cappellani, ai garanti dei detenuti, ai membri del Csm e ad altre figure di garanzia, la prerogativa di far visita ai detenuti in carcere senza autorizzazione. Queste visite, peraltro, appaiono ancor meno straordinarie se svolte per incontrare ex colleghi che hanno avuto incarichi politici di rilievo. E’ proprio questo il punto: si tratta di una questione di civiltà, di rispetto delle regole basilari dello stato di diritto, e soprattutto di umanità. Ma tant’è.