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Assolta Giulia Ligresti. Cronistoria di un calvario mediatico-giudiziario

La Corte d’appello di Milano ha assolto definitivamente la figlia dell'ex patron di Fonsai scomparso lo scorso maggio, dalle accuse di aggiotaggio e falso in bilancio

2 Aprile 2019 alle 10:22

Assolta Giulia Ligresti. Cronistoria di un calvario mediatico-giudiziario

Giulia Ligresti con il padre Salvatore (foto LaPresse)

E’ finito il calvario mediatico-giudiziario di Giulia Ligresti, figlia secondogenita di Salvatore (l’ex re del mattone e della finanza scomparso lo scorso maggio). Lunedì la Corte d’appello di Milano l’ha assolta definitivamente dalle accuse di falso in bilancio e aggiotaggio nel caso Fonsai, revocando la pena di 2 anni e 8 mesi che lei stessa aveva patteggiato nel 2013 dopo un durissimo (e ora si può dire, eccessivo) periodo di custodia cautelare in carcere. Un epilogo clamoroso per una vicenda, durata ben sei anni, che ha finito per rappresentare la perfetta sintesi dei mali che attanagliano la giustizia italiana e dei danni provocati dal circuito mediatico-giudiziario.

 

Tutto comincia il 17 luglio 2013, quando Giulia Ligresti viene arrestata su richiesta della procura di Torino, insieme alla sorella Jonella, al fratello Paolo (che si costituirà, dalla Svizzera, solo due anni dopo) e il padre Salvatore (ai domiciliari), con l’accusa di aver occultato al mercato un “buco” nella riserva sinistri della compagnia assicurativa Fondiaria Sai di circa 600 milioni di euro, provocando gravi danni ai risparmiatori. Durante la detenzione nel carcere di Vercelli, Giulia Ligresti, che soffre di anoressia, subisce un peggioramento delle sue condizioni di salute e perde sei chili. Viene scarcerata dopo un mese e mezzo, a fine agosto, e posta agli arresti domiciliari in seguito a una perizia medica sul disagio psicologico e sui disturbi all’alimentazione provocati dalla permanenza in carcere. Più tardi, a settembre, pur di uscire dalla vicenda Giulia Ligresti patteggia una pena di 2 anni e 8 mesi.

 

A novembre dello stesso anno scoppia il putiferio. Vengono pubblicate sulle prime pagine dei giornali alcune intercettazioni di conversazioni telefoniche di alcuni mesi prima tra l’allora ministro della Giustizia del governo Letta, Anna Maria Cancellieri, e alcuni componenti della famiglia Ligresti, di cui il Guardasigilli è amica di lunga data. Nelle conversazioni, il ministro esprime la sua solidarietà per la situazione che sta vivendo la famiglia e promette di sensibilizzare il Dap affinché siano svolti accertamenti sulle condizioni di salute in carcere della Ligresti. Esplode la polemica politica. Il Movimento 5 Stelle chiede le dimissioni del ministro, accusato di aver rassicurato i Ligresti sulla scarcerazione della figlia. Persino la corrente renziana del Pd, con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi in testa, pur di picconare l’esecutivo Letta abbandona ogni forma di garantismo e auspica le dimissioni del ministro per “ragioni politiche”.

 

Il ministro Cancellieri si difende, sottolineando il carattere umanitario delle sue parole e ribadendo di non aver mai interferito con l’attività giudiziaria: “Non c’è stata alcuna interferenza con le decisioni degli organi giudiziari e nel caso di Giulia Ligresti era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti dell’Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli interventi tesi a impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono comportata nello stesso modo quando sono pervenute al mio Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate, che manifestassero preoccupazioni circa le condizioni sullo stato psicofisico di persone in stato di detenzione”. Il tempo le darà ragione. Poche settimane dopo, la Camera respinge la mozione  di sfiducia presentata dal M5s. Il 6 febbraio 2015 il tribunale di Roma, accogliendo la richiesta della procura, archivia l’indagine per falsa testimonianza nei confronti dell’ormai ex ministro.

 

Il 17 dicembre 2015 la vicenda si tinge di ridicolo, palesando le contraddizioni di un sistema giudiziario schizofrenico: Paolo Ligresti e altri ex manager di Fonsai vengono assolti in rito abbreviato da ogni accusa per gli stessi fatti per i quali Giulia Ligresti ha patteggiato. Il 10 luglio 2018 l’assoluzione viene confermata dalla Corte d’appello di Milano, persino su richiesta della stessa procura generale. Nel frattempo, nell’ottobre 2016, Salvatore Ligresti e la figlia Jonella erano stati condannati dal tribunale di Torino rispettivamente a sei anni e a cinque anni e otto mesi, condanne poi annullate nel marzo 2019 per incompetenza territoriale, con il processo trasferito a Milano e tutto da rifare.

  

Intanto però, il 19 ottobre 2018, per Giulia Ligresti si riaprono le porte del carcere. Il tribunale di sorveglianza di Torino respinge la proposta di un percorso di messa alla prova alternativo alla detenzione rendendo così efficace, dopo cinque anni, il patteggiamento. Giulia Ligresti trascorre tre settimane nel carcere di San Vittore a Milano, mentre vengono smentite, dagli stessi atti giudiziari, le notizie fatte circolare da alcuni giornali circa una sua precedente richiesta di affidamento in prova come “pr” in una società. Il 7 novembre 2018 la Corte d’appello di Milano dispone la scarcerazione di Giulia Ligresti dopo che i suoi legali hanno presentato un’istanza di revisione del patteggiamento, ritenuto “inconciliabile” con la sentenza di assoluzione del fratello Paolo.

 

Ieri la parola fine. La Corte d’appello di Milano assolve definitivamente Giulia Ligresti dalle accuse di aggiotaggio e falso in bilancio, accogliendo la richiesta di revisione dei legali e revocando il patteggiamento a 2 anni e 8 mesi. “Finalmente dopo più di sei anni si è arrivati alla verità”, ha dichiarato Giulia Ligresti commentando la sentenza. “E' stata durissima ma non ho mai smesso di lottare e di avere fiducia nella giustizia – ha aggiunto – nonostante la violenza di essere stata messa in carcere, con tutto ciò che ne consegue, da innocente. Troppo spesso, in nome della giustizia, si commette la più grande delle ingiustizia: togliere la libertà ad un innocente e abbandonarlo alla gogna mediatica”. E di certo, nonostante l’assoluzione, si fa fatica a parlare di “giustizia”. 

Ermes Antonucci

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Commenti all'articolo

  • CohleandHart

    02 Aprile 2019 - 14:02

    pensate a quante persone accadono le stesse cose ma non hanno soldi per difendersi con gli avvocati adeguati. pensate a cosa succede. l’amministrazione della giustizia fa acqua da tutte le parti e i magistrati che si oppongono alle riforme su separazione carriere e sottrazione controlli al csm sono corresponsabili.

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  • luigi.desa

    02 Aprile 2019 - 11:11

    Talvolta vien a pensare che certi pm nel loro furore accusatorio abbiano qualche problema psichico o psicologico. Il dottor Nordio ancora magistrato con allegra provocazione affermò che alcuni o tutti -non ricordo- avevano bisogno di una perizia psichiatrica.

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    • adebenedetti

      02 Aprile 2019 - 18:06

      Condivido.Ma certi giornalisti sono i fratelli gemelli dei PM quindi perizia psichiatrica anche per loro

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