cerca

Lo stato di diritto alla prova Franzoni

Il caso Cogne ci ricorda che la pena non deve essere certa, ma giusta

7 Febbraio 2019 alle 21:02

Lo stato di diritto alla prova Franzoni

Anna Maria Franzoni (foto LaPresse)

Come prevedibile, il ritorno alla libertà di Annamaria Franzoni ha fatto scatenare un’ondata di sdegno, commenti feroci e la riproposizione mediatica delle tappe di una pagina drammatica come il delitto di Cogne, a partire dalla chiamata al 118 con cui la donna chiedeva di soccorrere il figlio Samuele. E’ quasi naturale provare un moto istintivo di indignazione su una vicenda di cronaca nera, la morte di un bambino di 3 anni ucciso dalla madre, che ha segnato la storia recente della cronaca giudiziaria di questo paese e che il pubblico ha seguito intensamente e morbosamente. Però a un certo punto i sentimenti istintivi, umani e bestiali, dovrebbero lasciare il passo ai princìpi dello stato di diritto e a tutti quegli elementi che negli anni hanno consentito di superare la concezione vendicativa di giustizia. Annamaria Franzoni è stata condannata per la morte del figlio Samuele a 16 anni di carcere e ora è libera perché ha scontato la sua pena, con qualche mese di anticipo rispetto alle previsioni, non perché abbia ricevuto uno “sconto” ma perché ha usufruito dei benefici previsti dalla legge per chi partecipa all’opera di rieducazione e di reinserimento nella società. Perché, troppo spesso si dimentica, come dice l’articolo 27 della costituzione, che lo scopo della pena è proprio quello: “Tendere alla rieducazione del condannato”. Non servono a nulla quindi le imprecazioni, abbastanza retoriche, sulla mancanza di “certezza della pena”. Innanzitutto perché anche i benefici sono previsti con certezza dalla legge, ma soprattutto perché la pena non deve essere “certa” ma “giusta”. E il successo di un sistema giudiziario è quando riesce a rieducare e reinserire nella società gli individui che hanno commesso delitti, anche quelli terribili. E’ forse un’idea che non va di moda in un paese in cui il carcere è visto come un luogo in cui rinchiudere le persone e poi “buttare via la chiave” e in cui chi governa e rappresenta la giustizia filma a scopo propagandistico i detenuti. Ma è l’idea alla base della Costituzione e del mondo civile.

Redazione

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • guido.valota

    08 Febbraio 2019 - 09:09

    Il Cambiamento consiste appunto nel rifiuto della civiltà a favore della pancia. Metà del governo del cambiamento ne utilizza gli istinti e la chiama buon senso o consenso senza un vero progetto. L’altra metà persegue invece il vecchio semplice progetto sempre lasciato a metá da metà del Paese: riempirla a sè e ai propri elettori ai danni dei contribuenti.

    Report

    Rispondi

Servizi