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Tutti gli indizi sul prossimo Csm portano a un laico del M5s

Niente Nazareno. La soluzione per il dopo Legnini è un esponente della maggioranza. I calcoli, il profilo e il giglio di Conte

21 Settembre 2018 alle 14:34

Tutti gli indizi sul prossimo Csm portano a un laico del M5s

Roma. Fra pochi giorni il nuovo Consiglio superiore della magistratura si insedierà e dovrà eleggere il suo vice presidente scegliendolo fra gli otto membri, cosiddetti laici, votati a luglio dal parlamento. Il voto parlamentare non ha rispecchiato la proporzione fra i vari gruppi pur rappresentando lo scarto fra maggioranza, che ha visto eletti cinque rappresentanti, tre del M5S e due della Lega, e opposizione, dove due sono stati i candidati di Forza Italia eletti rispetto a un solo rappresentante del Pd. Fra gli eletti, tutti avvocati di lungo corso e/o professori universitari, due soltanto sono stati anche parlamentari, nella Lega l’avvocato Emanuele Basile e nel Pd David Ermini che è stato responsabile giustizia del partito durante la segreteria di Matteo Renzi, del quale è stato anche avvocato.

 

Ieri il Fatto quotidiano, in un articolo dedicato all’elezione del vice presidente del Csm, ha prospettato l’ipotesi di una possibile vittoria proprio di Ermini, sulla base di un nuovo patto del Nazareno fra la corrente di destra della Anm e il Pd. L’ipotesi, come vedremo, pare azzardata e in fondo lo stesso articolo alla fine ne conviene, spiegando al lettore che è proprio la corrente di sinistra dell’Anm, Area, a opporsi a questa soluzione. Il problema sarebbe proprio la etichetta di “politico” di Ermini. Per la verità la questione del vice presidente “politico” è stato un tema preventivamente sollevato non da Area bensì da Piercamillo Davigo che aveva stigmatizzato, in un intervista proprio al Fatto quotidiano, la prassi che dura da 16 anni ovvero negli ultimi quattro consigli. Lo stesso giornale aveva a suo tempo messo in pagina una forte campagna contro l’elezione dell’ultimo vice presidente, l’avvocato Giovanni Legnini del Pd che prima di essere votato per il Csm era sottosegretario all’Economia nel governo Renzi.

 

La campagna stampa fu un buco nell’acqua e Legnini si è mostrato un eccellente vice presidente. Ci sarebbe da aggiungere che l’ostilità di alcuni esponenti della magistratura e di alcuni giornalisti alla figura del vice presidente “politico”, ritenuto acquiescente verso il Palazzo, non trova conforto nei precedenti storici. Al contrario restano agli atti del Consiglio memorabili scontri fra il presidente Francesco Cossiga che minacciò, in polemica col vicepresidente Giovanni Galloni, di fare ricorso all’articolo della legge istitutiva del csm che consente al presidente di sciogliere il Consiglio. Nel fuoco della polemica Cossiga giunse a ipotizzare l’invio di un drappello di carabinieri a palazzo dei Marescialli per interrompere la seduta, ove mai il vice presidente l’avesse convocata senza il suo consenso. Era il 1991. Non si giunse a tanto, Cossiga si limitò a revocare un congruo numero di deleghe al suo vice che se le vide prontamente restituire da Oscar Luigi Scalfaro una volta subentrato al Quirinale.

 

Diciotto anni anni dopo un altro vicepresidente di estrazione politica, Nicola Mancino, ebbe a scontrarsi col presidente Giorgio Napolitano in merito alla possibilità del Csm di pronunciarsi sulla costituzionalità degli atti legislativi del governo. Napolitano, molto diverso caratterialmente da Cossiga, non prospettò interventi militari ma, in un gelido comunicato, fece notare al suo vice che in materia era appositamente prevista una corte costituzionale e dunque non se parlava neppure.

 

Insomma la accondiscendenza dei vice presidenti politicamente targati verso il loro mondo di provenienza è, alla luce dei fatti, più una leggenda che altro, e poi nel consiglio gli ex parlamentari sono solo due su ventisei. Si deve dunque considerare eccessivo, fuori misura, il fuoco di sbarramento preventivo di Piercamillo Davigo e strumentale l’allarme su un nuovo “Nazareno” lanciato ieri dal Fatto? Bisogna considerare che per due terzi il consiglio è composto da membri togati eletti dai magistrati. Il voto a luglio nei palazzi di giustizia è stato molto meno innovativo di quello di marzo nelle sezioni elettorali. I giornali non hanno avuto occhi che per il successo di Davigo in cassazione ma la sua corrente ha avuto solo un altro eletto. Dunque due su sedici. Sostanzialmente è una presenza irrilevante. I restanti quattordici membri togati dispongono della maggioranza assoluta. Certo sono divisi in tre correnti ma sono abituati a votare insieme assai più dei partiti che hanno eletto in questo consiglio i loro rappresentanti. I togati se volessero, questo è il punto, potrebbero decidere fra loro il membro laico da eleggere.

 

Sempre il Fatto quotidiano, una settimana fa, aveva lanciato un altro allarme sul rischio di un berlusconiano alla direzione dei lavori di palazzo dei Marescialli. Si scriveva di una visita del consigliere laico Alessio Lanzi, proposto da Forza Italia, a due magistrati autorevoli nelle correnti Magistratura Indipendente e Area. Le due correnti sommate arrivano a dieci consiglieri, aggiungendo i laici di Forza Italia e della Lega, quattro in tutto, si arrivava lo stesso al numero magico di quattordici. Maggioranza eterogenea, improbabile ma effettivamente non impossibile.

 

Nell’articolo di ieri il Fatto ha annunciato il cessato allarme sulla candidatura di Lanzi per suonare subito di nuovo le campane a stormo per il rischio Ermini, fondato sul ruolo di Cosimo Ferri, ancora influente su Magistratura Indipendente, anche se ormai è un parlamentare del Pd. Le voci su una possibile elezione di David Ermini, patrocinata da Ferri, ex leader di MI e abilissimo navigatore fra le correnti, risalgono per la verità a prima del tentativo di Lanzi, che molti avevano interpretato come una risposta proprio a quell’ipotesi, peraltro ritenuta ai confini della realtà anche da autorevoli fonti interne al vecchio consiglio.

 

Alla fine della fiera non rimane come soluzione più probabile che quella di un rappresentante della maggioranza. I due di nomina leghista, dopo le truci dichiarazioni del vice premier, felpato solo nel guardaroba invernale, sono ragionevolmente da escludersi. Dunque un laico a cinque stelle. Sul punto di caduta si potrebbe perfino convenire, a parte il giudizio di merito, con il giornale di Travaglio, se non ci fossero due questioni che non sono dettagli: il nome del candidato e lo schieramento a sostegno. Nel suo articolo Antonella Mascali, prospetta un fronte che, oltre ai cinque laici di maggioranza (M5S+Lega) prevede i quattro di Area, la corrente di sinistra dell’Anm, e Davigo e Ardita di Unità e Indipendenza. Non bastano, e lo stesso articolo lo riconosce. Le principali correnti togate saranno indispensabili, anche perché una maggioranza del genere, col solo aiuto di qualche franco tiratore, assommerebbe la più forte delle componenti di nomina parlamentare con la più debole fra quelle votate dai magistrati. Non si può credere che la parte togata dell’organo di autogoverno delle toghe si faccia mettere in minoranza. Dovranno trattare ancora. Quanto al nome del possibile eletto il Fatto, dei tre possibili, esclude quello del professore Filippo Donati perché sostenne il referendum di Renzi. Può essere ma a bilanciare il “peccato” denunciato dal giornale di Travaglio va tenuto presente che il professore Donati insegna diritto costituzionale all’università di Firenze, la stessa del presidente del Consiglio Conte e del ministro della Giustizia Bonafede. A ciascuno il suo giglio magico.

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