Girodiruota – GiroDiVino

Quando il rosso del Piave diede una lezione a Fausto Coppi

Giovanni Battistuzzi

Il Giro d'Italia doveva correre la cronometro del Prosecco. A poche decine di chilometri da Conegliano, nel 1958 l'Airone scoprì quanto è forte il Clinto

La quattordicesima tappa del Giro d'Italia 2020 doveva essere la cronometro Conegliano-Valdobbiadene. La quattordicesima tappa di GiroDiVino (qui trovate tutte le altre puntate) è da leggere bevendo una bottiglia di Prosecco Amets, Piadera (TV).

 


 

[Questo racconto è tratto dal libro “Alfabeto Fausto Coppi”, di Giovanni Battistuzzi e Gino Cervi, Ediciclo, 2019] Il silenzio era quasi totale nella campagna umida di pioggia. Solo il vociare lontano del Piave, ogni tanto un raglio dell’asino infastidito dalla luna piena interrompevano il nulla che circondava l’uomo col loden. Fumava appoggiato a un palo della grande pergola che allungava il casolare verso i campi ormai quasi ghiacciati dal freddo della sera. Ogni tanto estraeva dal taschino del panciotto un bel orologio d’argento che ticchettava il tempo senza mai perdere un secondo da anni. Se lo rigirò tra le dita, quasi a palpare il disegno a rilievo sul metallo svizzero. La sua pancia brontolò, diede un’ultima aspirata al sigaro prima di spegnerlo in una fioriera ormai priva di qualsiasi pianta.

 

Fu allora che il rombo di un motore iniziò a sentirsi distante, ma veloce e in avvicinamento. Un motore potente, di quelli dal suono pulito. Controllò ancora l’orologio. Le sette e trentuno. Trentun minuti di ritardo. Schioccò la lingua. Grugnì. Vicenza non era così distante da giustificare tutto quel tempo perso, pensò. Vabbé, ormai erano arrivati. Si mise il cuore in pace.

 

Dalla Lancia Aurelia uscirono due persone. Uno alto e affusolato, l’altro di poco più basso, un giovanotto coi capelli chiari tirati indietro dalla brillantina: “Scusa il ritardo”.

 

L’uomo col loden alzò le spalle: “Tranquillo”.

 

Quando entrarono dalla porta in legno e vetro0, l’osteriola li accolse odorosa di brace e di vino. Il vecio Ménego era al suo solito posto, seduto sullo sgabello affianco al bancone, mentre il figlio Angelo detto, non si sa perché, Marieto, si affannava a far tutto il resto. Quattro uomini giocavano a scopone, tre a consigliare chi giocava e poi a criticarne con piglio le mosse. Tutti si girarono a guardare i nuovi entrati. Col primo avevano bevuto migliaia di volte, al secondo gli avevano dato fiducia, tifo e qualche scheo, del terzo ne conoscevano nome, cognome, storia. L’avevano visto qualche volta passare pedalando i passi dolomitici, ne avevano letto imprese e drammi, voli e cadute.

 

L’uomo con il loden salutò tutti con un gesto veloce, il giovanotto con un “bea zente” gridato e un fare da commendatore. Il terzo era dietro a loro silenzioso e impacciato. “Piacere, Fausto Coppi”, si presentò. Gli risposero in coro che erano tutti suoi grandi ammiratori, che per loro era un onore averlo nella loro terra. Solo Ménego rimase in silenzio. Poi esplose in un “mi son par Bartali”. Coppi rise. Gli altri pure, il Piave continuava a scorrere a due passi, indifferente a tutto quell’entusiasmo.

 

Aveva girato per il Veneto in quei giorni. Un po’ a trovare vecchi amici, un po’ a far visita a Tullio Campagnolo, un po’ per parlare di futuro.

 

“E per cena vedrà sior Coppi, la porto a mangiare nel mejo posto de tuta Treviso”. Treviso era distante non si sa quante decine di chilometri, ma almeno il profumo era invitante e la compagnia piacevole. Raccontavano storie cercando di trasformare il dialetto in italiano e tutti avevano una parola buona per lui, per il Vito. E poi quel baccalà, quello che Ménego cucinava due sere a settimana, quello che il ragazzotto diceva fosse il meglio di tutto il Veneto.

  

Coppi ascoltava, ogni tanto raccontava, rideva, mentre Marieto stava attento a non far mancare il vino. Suo padre era stato chiaro: “Stasera co Coppi, no stemo a far economia, che no se diga in giro che quei che tien par Bartali i trata mal el sior Coppi”.

 

Due bicchieri non di più. E mica male questo rosso, aveva detto ai commensali. “Xè Clinto”.

 

Due bicchieri non di più. E che sensazione di leggerezza, mentre iniziavano i saluti e la gente iniziava a uscire nel freddo della notte.

 

Due bicchieri non di più. E quella sensazione si interruppe non appena si appoggiò con le mani sul tavolo per levarsi in piedi. Le gambe se le sentiva dure, poi iniziò a non sentirle proprio, quasi si fossero liquefatte. Ripiombò sulla sedia. Mica male questo rosso. Eh sì. “Mica male, alzarsi dalla sedia è più fatica che l’Izoard”. Mica male ’sto rosso. “Vito, mi sa che mi devi portare all’albergo tu”. Favero si alzò in piedi. “Certo, sior Coppi”, gli rispose mentre gli dava una mano a tirarsi su.

 

Ménego iniziò a ridersela. “El Gino ’ste robe no le fa”, bisbigliò al figlio prima che una bestemmia chiudesse ogni possibilità di replica.

 


 

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