una pedalata nel futuro

Sepp Kuss che sussurra alle montagne

Giovanni Battistuzzi

"Hot chili peppers in the blistering sun / Dust on my face and my cape / Me and Magdalena on the run / I think this time we shall escape". C'era un fuga nelle parole di Bob Dylan, l'amore, e il Messico tutt'attorno. C'era Durango, "peperoncini rossi nel sole cocente / polvere sul viso e sul cappello". C’era Magdalena laggiù, se ne sono perse le tracce invece lassù, nell’altra Durango, Colorado. Ma di polvere ce ne è anche lì, e pure di amore e fughe. E poco importa se non è destinazione, ma partenza, se non è per una sparatoria che tutto è iniziato, ma per casualità. Se Durango è stato solo un soffio di vento e Boulder il centro di tutto. Perché questa non è una storia di cavalli, ma di biciclette. E quel soffio di vento continua a spingere Sepp Kuss, prova a farlo volare. L’ha fatto per tre volte al Tour of Utah nelle tre frazioni più difficili della breve corsa a tappe americana. Tre vittorie e prima gara messa in bacheca. E poco importa se, come è stato fatto notare, è solo il Tour of Utah. Non proprio l'evento sportivo dell'anno, certo, ma tant’è, perché a contare sono soprattutto percorsi e battuti, non solo il blasone. E l'altimetria era di quelle interessanti, chi gli era finito alle spalle pure: Ben Hermans, Jack Haig, Brent Bookwalter, Joe Dombrowski, Michael Woods, non certo degli sprovveduti. E quando prima della premiazione finale gli organizzatori hanno annunciato al secondo e al terzo della generale che ci sarebbero stati due minuti di ritardo nel protocollo perché Kuss aveva sforato i tempi, Haig ha sorriso e sibilato: "È la prima volta in tutta la settimana che dobbiamo aspettarlo". 

 


Foto tratta dal profilo Twitter @LottoJumbo_road


 

Sepp Kuss ha ventitré anni, è al primo anno in Europa, al secondo nel mondo professionistico, al terzo sull’asfalto. La bicicletta l’aveva scoperta a Durango che aveva poco più di sei anni, una scusa come un’altra per esplorare il mondo, per arrampicarsi su sentieri, tra terra e ghiaia tra boschi e montagne. Che ci si potesse divertire pure sull’asfalto l’aveva scoperto a Boulder ai tempi dell’università. C’ha impiegato poco a laurearsi in pubblicità – ha finito a maggio del 2017 – perché “non avevo altra scelta, c’era la bici ad aspettarmi”. Già perché i patti erano semplici: studia, fai in fretta, poi fai quello che vuoi. E così ha fatto anche con la bicicletta. Ha studiato, ha fatto in fretta, ha iniziato a fare quello che voleva. E quello che voleva era essere il più forte quando la strada saliva.

 

Se ne è accorto l’anno scorso a maggio al Tour of California, quando alla prima gara del calendario internazionale ha fatto capolino tra i migliori sul Mount Baldy, un panettone californiano battuto dal vento, che, con un po’ di fantasia, assomiglia al Mount Ventoux. Se ne era accorto l’anno prima sull’Oak Glen alla Redlands Classic, che più che una corsa è una festa a pedali di cinque giorni in California, un pezzo di storia della contea di San Bernardino che richiama ogni anno qualche milione di persone. Kuss era al primo anno di corse, non aveva ancora fermato un contratto professionista, si stupì del numero di persone a bordo strada e dell’accoglienza all’arrivo: “Sapevo solo che era in salita. Onestamente non immaginavo nemmeno che ci fosse tutta questa storia alle spalle”. Alle sue spalle c’erano due ex professionisti: Lachlan Morton e Janier Acevedo, che quando lo videro scattare sintetizzarono con un “questo ha classe” il giudizio sul ragazzino.

 

Una settimana fa, mentre saliva verso il Mount Wolverine, per raggiungere lo Snowbird Ski and Summer Resort, staccava uno a uno i suoi avversari, Kuss si accorgeva della bellezza della solitudine e sorrideva: “Non poteva essere altrimenti, non c'è niente di più bello che stare in piedi sui pedali e attaccare. È davvero stupendo quando ti accorgi che sei in una buona giornata e ti senti bene. Non c'è nessuna sensazione più bella che danzare sui pedali in salita”. Kuss ha continuato a sorridere anche sulle rampe più dure che conducevano all’arrivo. Sorrideva e borbottava, “sussurravo alla strada di finire presto”. Sorrideva perché Kuss l’aveva sempre detto che “siamo molto fortunati a correre sulla bicicletta e poter passare la maggior parte dei nostri giorni all’aperto. Non puoi non goderti questo tempo” e quel giorno stava riuscendo a mettersi a pari con tutto quello che aveva rinunciato per essere lì, con la maglia della LottoNl-Jumbo, davanti a tutti.

 

 

Perché trasferirsi in Europa, allontanarsi da amici e famiglia, scordarsi per un po’ il sapore di hamburger e dolcetti, non è cosa facile per uno che diceva che “il ciclismo è solo una parte della vita, c’è molto altro al di fuori della vita del ciclista, cose a cui non si dovrebbero rinunciare”.

 

Per ora ha rinunciato a molto, ha conquistato il Tour of Utah e la chiamata per correre la Vuelta. “Non so come sarà partecipare a una grande corsa a tappe, ma so che sicuramente sarà molto duro, non ho mai fatto nulla del genere. Poco male, la cosa mi piace lo stesso, prenderò la corsa settimana per settimana e vedrò come andrà e che sensazioni mi darà. In caso sussurrerò alle salite di finire in fretta”.

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