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Trentin conquista l'Europa del ciclismo

A Glasgow il trentino regala la prima vittoria al ct Davide Cassani davanti a Van Der Poel e Van Aerts. La pioggia confonde, sconvolge e riscrive la corsa premiando il coraggio e la tattica dell'Italia

12 Agosto 2018 alle 18:23

Trentin conquista l'Europa del ciclismo

La pioggia confonde, la pioggia sconvolge. E poi riscrive. Confonde i tratti del volto sotto gli schizzi d'asfalto, sconvolge l'ovvio, quello che tutti aspettavano. Riscrive una corsa che tutti avevano immaginato come una lunga partita a scacchi prima di un quasi scontata volata collettiva. Perché a Glasgow mancava quello che è il pane del ciclismo, lo scenario buono per l'ispirazione: le salite. Ma la Scozia è terra di eroi e battaglie, o almeno così dice la storia, e di anime indomite. E così non c'è tempo per lo scontato nel circuito dei campionati europei di ciclismo, non c'è spazio per i soliti noti, per ruote veloci e voraci. E' tempo invece di ruote coraggiose, che tentano l'azzardo nella speranza che per una volta possa andare bene anche a loro, uomini che la noblesse ciclistica di solito l'aiutano. E per una volta va bene, o meglio, la fanno andare bene. Perché Matteo Trentin e Davide Cimolai (Italia), Wout Van Aert e Xandro Meurisse (Belgio), Mathieu Van Der Poel (Olanda), Nico Denz (Germania), Pierre-Luc Perichon (Francia), Michael Albasini (Svizzera), Jesus Herrada Lopez (Spagna) e Emils Liepins se ne sono andati via che mancavano quattro giri all'arrivo e per quattro giri hanno menato duro e menato bene avanti a tutti, sfruttando un po' i giochi tattici che nel gruppo si facevano, soprattutto la loro forza e voglia di rivalsa. Missione compiuta: non gli hanno più presi. Come non hanno più preso Matteo Trentin, uomo di fatica e di generosità, ma anche di spunto e di arguzia, lanciato come meglio non poteva essere lanciato da Davide Cimolai. Campione d'Europa il corridore di Borgo Valsugana, campione d'Europa l'Italia di Davide Cassani che raccoglie finalmente qualcosa dopo anni di competizioni tatticamente ben corse e nessuno risultato conquistato. Prima o poi doveva accadere. E' accaduto a Glasgow in un modo che nessuno si aspettava e proprio per questo ancora più bello. E' successo grazie a un ragazzo che ha lavorato tanto per tanti capitani, che ha avuto un po' troppi intoppi (l'ultima la caduta alla Parigi-Roubaix alla sua prima da capitano), ma che non ha mai mollato, spinto da una passione infinita per la bicicletta e di un'umiltà che in gruppo ha pochi rivali.

 

 

La pioggia confonde, la pioggia sconvolge. E poi riscrive. E lo fa con un'immagine che più che il ciclismo abbraccia il mondo della bicicletta in generale, che raccoglie in uno scatto tanto del meglio che questo mezzo sa dare. La determinazione e la voglia di non mollare di Trentin, la passione e la voglia di scoperte di Wout Van Aert, l'universalità e la gioia di Mathieu Van Der Poel. Il primo che ha iniziato con il ciclocross e poi si è dato completamente alla strada, il secondo che al ciclocross non rinuncia e che sogna Roubaix, il terzo che tra fango e ghiaia si trova talmente bene che ha pensato bene di concedersi anche alla mountain bike per inseguire il sogno olimpico nipponico.

 

L'olandese è alla nona gara stagionale su strada, è arrivato secondo al campionato europeo, ha vinto i campionati nazionali, ma di fare solo lo stradista non ci pensa nemmeno. Sa cosa vuole: divertirsi. Sa a cosa ambisce: essere il più forte. Sa che a ventitré anni c'è tempo per scegliere una cosa sola. E così fa tutto, corre tutto l'anno perché, in fondo, "stare in bicicletta è la cosa migliore, farlo su ogni campo il meglio che si possa avere". In Olanda dicono che così rischia di bruciarsi. Ha risposto che "si brucia solo chi si annoia a fare quello che fa. Io cambio gare e scenari ogni qualche mese, come posso annoiarmi?".

 

E poi c'è Van Aerts, terzo a Glasgow, da sempre rivale di Van Der Poel. I due si sono divisi gioie e sconfitte nel ciclocross, vorrebbero continuare anche su strada. Perché anche se poco parlano l'uno dell'altro, l'uno con l'altro si studiano, si emulano, cercano di darsi continui dispiaceri. Lo si vedeva nel volto del belga mentre guardava la ruota dell'olandese qualche centimetro davanti alla sua, lo si percepiva dalle sue parole dopo l'arrivo: "E' andata bene, poteva andare meglio", parli del secondo posto? e quel "certo", detto con un mezzo sorriso un po' imbronciato. In fondo sono cane e gatto, gatto e topo, due rivali diventati un binomio, tanta roba. In fondo sono secondo e terzo dopo oltre duecento chilometri di un campionato europeo e pochissima esperienza su corse del genere, battuti da un corridore come pochi ce ne sono in gruppo, per gamba e soprattutto per capacità di leggere la corsa. In fondo hanno un futuro davanti e, si spera, tanta strada per pungolarsi e farci divertire.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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