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Pantani batte Froome, anche in discesa

Un professore dell'Università di Eindhoven ha studiato l'efficacia dei vari modi di affrontare le discese. E meglio del Pirata si è classificato solo Sagan

27 Dicembre 2017 alle 20:45

Pantani meglio di Froome in discesa

Marco Pantani

Che Marco Pantani sia stato il più forte scalatore degli ultimi vent'anni di ciclismo è probabilmente indimostrabile, ma è allo stesso tempo risaputo. Chiunque abbia mai visto pedalare in salita il Pirata ricorda qualcosa di unico, un incedere fantastico, uno scatto dopo l'altro sino alla resa altrui. Quando la strada saliva Pantani si trasformava in un vortice al quale nessuno, da Pavel Tonkov a Lance Armstrong, da Luc Leblanc a Jan Ullrich, da Richard Virenque al Chava Jimenez, poteva resistere. Uno scalatore però è molte volte un ciclista unilaterale, che sa scalare, ma non planare, che nell'ascensione trova il palcoscenico adatto alla sua arte, ma che nel discendere fatica, trova quei limiti che quando la strada sale ignora. Pantani non aveva questo problema, la montagna la affrontava da ambo i lati, dava del tu a ogni versante. Era il 1994 quando si presentò al grande pubblico del Giro d'Italia. Lo fece con una rasoiata sul Passo di Monte Giovo, una decina di secondi sul gruppo allo scollinamento, poi quella lucida follia sull'asfalto bagnato altoatesino: corpo disteso all'indietro, sellino a sorreggere il costato, chiappe che sfioravano la ruota posteriore. Il suo fu uno spettacolo, da brividi. In discesa incrementò il vantaggio, a Merano arrivò con quaranta secondi sul gruppo regolato da Gianni Bugno.

 

  

Quella posizione non divenne mai moda. Troppo pericolosa. Troppo estrema. Folle.

 

Se il modo di andare in salita non è replicabile, ogni corridore ha il suo, quello per affrontare le discese risente del principio di emulazione. C'erano periodi nei quali ci si abbassava semplicemente sul manubrio, altri nei quali si cercava la posizione a uovo, mani salde sulle pieghe, mento sulla pipa del manubrio, culo in alto e gambe strette. Chris Froome al Tour de France del 2016 scendendo giù dal Col de Peyresourde verso Bagnères de Luchon decise di mettere il fondo schiena sulla canna del telaio, il corpo tutto in avanti al di là del manubrio mentre mulinava il rapporto più lungo che aveva. Iniziò a far scuola. Gli emuli non si contano, anche nel mondo dei non professionisti.

 

 

Una posizione efficace, ma rischiosa. Nulla comunque di paragonabile a quella del Pirata. E questa volta è la fisica a dirlo, non il senso comune. Il professore dell'Università di Eindhoven Bert Blocken ha infatti studiato l'efficacia dei vari modi di affrontare le discese e ha scoperto che se quella di Froome migliora del 9 per cento la velocità rispetto a una posizione classica, quella del Pirata raggiunge il 14 per cento. C'è di meglio, quella che ad esempio assume Peter Sagan, più 17 per cento, ma tant'è.

 


 foto via Linkedin


 

Ai tempi di Pantani il tre volte campione del mondo non c'era, la discesa era terreno per matti, non per calcolatori, per uomini d'istinto e pelo sullo stomaco. Lo è ancora, nonostante i calcoli.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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