Uno Sgalambro non isolato, tra Cacciari e Severino

Davide D'Alessandro

A cinque anni dalla morte un nuovo volume ricorda il terribile “distruttore” siciliano, trattando solo di filosofia e mostrando come il suo esordio fosse perfettamente in linea coi tempi

Continua l’opera meritoria di esatto collocamento dell’opera di Manlio Sgalambro nel dibattito filosofico del secolo appena scorso. A comporre un trittico necessario con la fortunata Introduzione a Sgalambro di Antonio Carulli (il melangolo, Genova 2017) e il pionieristico Caro misantropo (La scuola di Pitagora, Napoli 2015), a cura sempre dello stesso Carulli e di Francesco Iannello, esce oggi nelle librerie La piccola verità. Quattro saggi su Manlio Sgalambro, Mimesis Edizioni, un volume di studi essenziali per comprendere la filosofia del pensatore siciliano sempre troppo frettolosamente menzionato come “paroliere” di Battiato o reincarnazione sicula del franco-rumeno Cioran.

Il volume si compone di quattro lunghi studi puntuali e filosoficamente fondati su alcuni aspetti decisivi dell’opera di Sgalambro, condotti senza nulla concedere ad aneddoti, episodi, macchiette, canzonette. Su Sgalambro si scrive qui manco fosse Hegel o Heidegger: saggi ben piantati nella storia della filosofia che partono sempre da evenienze testuali, per uno Sgalambro ormai inteso come pedina fondamentale nella scacchiera del pensiero italiano a partire dal dopoguerra, lungo tutta la metà del Novecento filosofico e oltre. A corredo del volume una bella appendice fotografica con tanti scatti rari o inediti a cura di Marcello Faletra.

Il saggio di Patrizia Trovato ricostruisce il quadro storico-culturale della gioventù di Sgalambro, quando scrisse il primo saggio in assoluto, I paralipomeni all’irrazionalismo (1949), mostrando come i nuclei tematici della maturità fossero, con stringente continuità di pensiero, già presenti, in nuce, nell’esordio. Trovato, in particolare, affronta con forza il nesso empietismo-pessimismo: il siciliano non risolvendolo nel nulla e voltando le spalle alla filosofia  (si pensi per esempio a Cioran), ma rimanendo fino alla fine filosofo dell’essere e denunciandone i lati più oscuri. La filosofia di Sgalambro viene così schopenhauerianamente a configurarsi come una filosofia del Male, in cui è il bene apparente (la nascita, la giovinezza, la socialità, ecc.) il termine dialettico transitorio e utile ai fini del compimento (distruzione) del/nel Male.

Nell’articolo di Antonio Carulli invece, stando a quanto pubblicato, il maggiore studioso di Sgalambro in Italia, la sua produzione va intesa in stretto dialogo con le migliori espressioni dell’epoca (del pensiero negativo italiano), in particolare Cacciari: gli esiti sono sorprendenti. Cacciari lavora negli anni Settanta attorno a uno Schopenhauer che niente ha a che fare con le doglianze pessimistico-leopardiane (per intenderci rapidamente, fraintendendo lo stesso Leopardi), ma si ferma proprio alle soglie di quell’entropia che il siciliano introduce, per mano degli scolari del tedesco, anche per incattivire uno Spinoza troppo poco ficcante quanto alla distruzione degli essenti, distruzione che Sgalambro predica come destino ineluttabile (simmetrica rispetto a Severino, che pure giuoca incredibilmente un qualche ruolo secondo Carulli nella definizione così ‘matematica’ della proposta del ‘nulla termodinamico’ da parte del siciliano). Insomma, La morte del sole è la risposta a Krisis di Cacciari; Essenza del nichilismo, la cui prima redazione è del 1972, un atto di indirizzo a definire senza vaghezze il ‘nichilismo’ cui lo stesso Sgalambro sembra non essersi riuscito a sottrarre.

Nel suo contributo, Piercarlo Necchi mostra come il rapporto a Spinoza del pensatore siciliano riveli via via i tratti spaesanti di un feroce rovesciamento, di un’inversione radicale e di una brutale “antitesi” fissata e irrigidita. Spinoza in Sgalambro è uno Spinoza capovolto. O, se si vuole, uno Spinoza che ha letto Leopardi e Schopenhauer. La radicale affermazione metafisica della Sostanza spinoziana, con tutte le sue ‘dimostrazioni’ di laetitia, beatitudo e amor Dei intellectualis, implode in Sgalambro in una negazione metafisica altrettanto radicale che culminerà nella teologia empia dell'odium Dei. Se quella di Sgalambro - almeno in theologicis - fu dunque una imitatio Spinosae, lo fu solo come del Diavolo si disse una volta che fosse una simia Dei.

L'articolo Sgalambro e la musica di Manuel Pérez Cornejo, meritevole introduttore di Sgalambro in Spagna, studia la filosofia della musica del filosofo lentinese. Opposto alla 'metafisica della musica' di Schopenhauer e alla 'teoria critico-utopica della musica' di Adorno e Bloch, Sgalambro respinge la tesi del carattere redentore o liberatore della musica e realizza una critica dell'ascolto, la quale gli permette di scoprire come la musica venga essenzialmente vincolata al mondo e all'ascoltatore, diventando così una giustificazione (e non una negazione) dell’esistenza. A partire da questa conclusione, Sgalambro costruisce un'interpretazione della musica pop-rock, che considera la miglior dimostrazione del carattere affermativo della musica (carattere anticipato dal concetto di ‘musica dionisiaca’ proposto da Nietzsche, che Sgalambro considera il vero ‘padre’ della musica attuale).

A livello critico c’è tutto perché finalmente sia resa giustizia a un grande maestro del pensiero sino a oggi ingiustamente sottovalutato nei posti di comando della cultura, nei manuali e nelle ricostruzioni storiografiche che ora vanno per la maggiore. Un autore, forse, come teneva a dire il siciliano per il consimile Giuseppe Rensi, da leggere e tenere nascosto, tanto è segretamente prezioso.