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Martin Heidegger,
l’inquieto del pensiero

Nella “Introduzione” firmata da Costantino Esposito risaltano domande cruciali alle quali non è possibile sottrarsi. Dalla natura dei “Quaderni neri” alla “filosofia dell’abisso”, dal confronto con Nietzsche all’essenza metafisica della tecnica, il grande filosofo tedesco è ancora al centro del dibattito

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

14 Novembre 2018 alle 19:23

Martin Heidegger,l’inquieto del pensiero

Martin Heidegger

Quaderni rivestiti da una tela incerata di colore nero. Può essere racchiusa tutta qui la potenza di uno dei più grandi filosofi contemporanei? Evidentemente no, eppure l’uomo, che sia soltanto uomo della strada o anche studioso e interprete, è portato a condannare o ad assolvere. O tutto o niente. O bianco o nero. Invece, è il grigio la tonalità di questo mondo, quella via di mezzo che consente, dopo aver indagato con serietà, di considerare in egual misura il chiaro e lo scuro. Necessario è continuare a introdurre Martin Heidegger. Introdurlo vuol dire presentarlo, renderlo evidente, dopo averci chinato il capo per anni, senza pregiudizi di sorta, sulla vita e sull'opera.

Costantino Esposito, ordinario di Storia della filosofia presso l’Università di Bari “Aldo Moro”, lo aveva già fatto con riconosciuta efficacia nel 2013, per il Mulino, ma nel 2017 è stato indotto a tornarci, soprattutto in seguito all’uscita di quei Quaderni e non solo. Infatti, la nuova Introduzione contiene “anche un nuovo paragrafo sui trattati heideggeriani degli anni Trenta/Quaranta e una parte finale riguardante le principali linee di lettura e di ricezione del pensiero di Heidegger, nonché i problemi che esso ha lasciato ancora aperti nell’agenda filosofica contemporanea”. Fa bene Esposito a sottolineare che non si tratta di una versione “minore”, poiché risulta ampia e compiuta. Il libro riesce “a mostrare e verificare, tutta la forza e la problematicità di un pensiero che ha voluto interpretare in maniera nuova l’intera tradizione della filosofia occidentale e insieme ha voluto forgiare la propria epoca, con la grande ambizione (da lui intesa come vocazione) di indicare ciò che solo è degno di essere pensato”.

Per affrontare un viaggio dentro la verità dell’essere come evento, la filosofia dell’abisso, l’essenza metafisica della tecnica e la vicinanza di Hölderlin (per abitare poeticamente la terra), Esposito fa ricorso a una solida mappa intellettuale, a uno studio attento e certosino, avvalendosi di una lunga frequentazione del testo del filosofo tedesco e del copioso apparato critico. Sul confronto con Nietzsche, tra metafisica e nichilismo, trovo pagine di rara incisività: “Nietzsche è colui che più di ogni altro ci permette, secondo Heidegger, di andare al fondo essenziale del nichilismo: egli infatti lo ha teorizzato come l’epoca della svalutazione di tutti i valori metafisici, ma al tempo stesso lo ha praticato e in qualche modo l’ha prodotto attraverso una trasvalutazione di quei valori, come la completa fuoriuscita dagli inganni della metafisica. Ma ciò che più conta è che, proprio nel momento in cui ha creduto di liberarsi della metafisica attraverso l’esercizio di un nichilismo compiuto, Nietzsche ha paradossalmente ripetuto, anzi radicalizzato lo stesso dispositivo di pensiero della metafisica, e con ciò ha mostrato la nascosta dimensione metafisica del nichilismo e l’altrettanto nascosta dimensione nichilistica della metafisica”. Aggiunge Esposito: “Nietzsche ritiene che, con Dio, sia uccisa anche la metafisica. Heidegger ritiene invece che la vittima apparente sia in realtà il vero colpevole. Anzi, l’intera metafisica, sin dai suoi inizi platonici, ha per così dire preparato e incubato questo assassinio, cioè ha dimenticato e tralasciato l’essere stesso”.

Sulla natura dei Quaderni neri, che ha scatenato un dibattito molto acceso e qualche disputa con le spade affilate, Esposito chiarisce: “In essi egli annotava riflessioni su problemi e prospettive del pensiero filosofico, ma al tempo stesso (e spesso in maniera intrecciata) fermava pensieri legati alla situazione storica, culturale e politica coeva. Questo ne fa un documento strano, ma estremamente interessante, come un cantiere di problemi aperti, uno zibaldone di considerazioni sulle sfide dell’epoca e un laboratorio sperimentale su nuove vie da tentare con il pensiero”, e afferma: “Alcuni hanno ipotizzato che non sia tanto i trattati o gli altri lavori heideggeriani la chiave di volta per intendere i Quaderni neri, ma che al contrario possano essere questi ultimi la chiave segreta (esoterica, occulta) dei primi. Cioè che il pensiero di Heidegger potrebbe essere interpretato come un modo di rendere in chiave (oltre)metafisica, e nella prospettiva del pensiero della storia dell’Essere, alcune decisioni politiche o culturali di fondo del suo autore”.

Esposito coglie le inquietudini della critica, ma distingue e precisa: “Una cosa è certa: egli non è stato mai contrario per 'principio' al nazionalsocialismo; la sua contrarietà è stata piuttosto l’esito di una verifica successiva. Ma viceversa, anche nella presa di distanza resta, e anzi si approfondisce, il principio filosofico che aveva motivato l’adesione. Il nazionalsocialismo, come si è detto, gli appariva come una possibilità (barbarica) di finirla con la decadenza del mondo moderno-cristiano-borghese; ma ben presto esso si rivela invece come il compimento di quello stesso mondo. Molti continuano a chiedersi – e giustamente – perché, al di là di memorie private o riflessioni metapolitiche, Heidegger non abbia mai riconosciuto pubblicamente ed esplicitamente il suo errore. Ma ciò che è più drammatico, e fonte di perplessità, è che per lui una tale autocritica era forse semplicemente inconcepibile a livello filosofico, per il motivo che il ‘fallimento’ del suo percorso politico-accademico gli appariva tout court come il segno irrevocabile del destino della sua stessa epoca. E per ciò che riguarda il destino non si dà ‘autocritica’, quanto piuttosto un più arduo impegno del pensiero a scrutare l’abisso del suo tempo. Questo non significa affatto ‘giustificare’ a priori Heidegger per quanto riguarda, oltre che le sue scelte personali, il suo stesso pensiero filosofico: al contrario, significa individuare un punto infuocato, che è anche un punto oscuro in cui la questione dell’essere diventa destino della storia dell’Essere”. Per l’autore, “gettare uno sguardo nell’abisso è la possibilità di capire – cioè di esperire, patendolo come il proprio ‘destino’ – ciò che veramente è”.

Ma era stato Heidegger a richiamare il tutto con un passo di straordinaria intensità: “La ‘mia filosofia’ – ammesso che si possa adoperare quest’espressione insensata – sarebbe ‘la filosofia dell’abisso’ – e io chiedo a mia volta: non ci troviamo noi forse sull’abisso? Non solo noi, i tedeschi, non solo l’Europa – bensì ‘il mondo’? E non solo da ieri, e nemmeno ‘a causa’ di Hitler, tantomeno ‘a causa’ di Stalin o di Roosevelt. - / È pericoloso un pensiero che pensa ciò che è? Oppure si vuole ‘pensare’ ciò che non è? In generale non si vuole pensare, ma piuttosto (si vuole) vaneggiare, continuare i vaneggiamenti su ‘ciò che è reale’. Si vuole solo questo. Non si è ancora mai stati sull’abisso, non si vuole affatto sapere che cos’è. Come se nascesse un’angoscia segreta di fronte al fatto che solo gettando uno sguardo sull’abisso l’uomo può cominciare a fare esperienza, a imparare a fare esperienza di che cos’è”.

Restano le domande che …restano ed è inevitabile riproporle: “Il pensiero heideggeriano sarebbe destinato a questo marchio indelebile della scelta politico-ideologica più infamante che ci possa essere? Heidegger come via al totalitarismo sotto forma del destino dell’essere?”. Chiude Esposito: “Il problema deve continuare a inquietarci, se è vero che il pensiero di un grande filosofo dà prova di sé per le possibilità che apre (o che chiude), più che per le dottrine che sostiene. E che una diversa lettura del suo pensiero, anche in ordine alla politica, sia possibile, sta a ricordarcelo una sua allieva e amica, insospettabile quanto alle simpatie totalitarie, l’ebrea secolarizzata Hannah Arendt, la quale proprio nelle sue fondamentali ricerche sulle origini dei totalitarismi novecenteschi metteva in luce che la peculiarità di questi ultimi (rispetto alle tirannie e alle dittature del passato) risiede nel tentativo di neutralizzare, regolamentare e infine spegnere la capacità del pensiero che contraddistingue ogni singola persona. E, di converso, che è solo sulla forza del pensiero del singolo individuo che si può far leva per una critica e un’opposizione reale delle ideologie totalitarie. Si tratta, come Arendt sottolinea, di una posizione appresa proprio dal suo maestro Heidegger, la cui forza e decisività risultava alla fine più grande, e finanche oppositiva, rispetto alle sue stesse errate e tragiche simpatie politiche. Solo che questo portava inevitabilmente a ripensare in altro modo il percorso heideggeriano, prima ancora che nei suoi esiti sociopolitici, nei suoi fondamenti ontologico-esistenziali. Se tutto era nato dall’idea di un uomo segnato in maniera insuperabile dall’essere-per-la-morte, cioè gettato nella sua assoluta finitezza e rimesso alla sua impossibilità come la possibilità più propria, Arendt esercita un altro sguardo, e propone di vedere l’esserci umano come un ente che può nascere ed è-nato. E questa sua natalità è il principio ontologico-politico del suo poter iniziare qualcosa di nuovo. Ogni persona è un nuovo inizio, cioè una possibilità aperta di azione e di libertà”.

Costantino Esposito, ne sono certo, dopo l’ulteriore Introduzione a Heidegger, non tornerà sul filosofo tedesco. Nel senso che non ha bisogno di tornarci. Lo studia e lo “possiede” da anni. Continuerà a stare in sua compagnia e a consegnarci altre illuminazioni sul pensiero di uno dei massimi interpreti del Novecento. Senza alcun bisogno di ritornarci, come alcuni studiosi che studiano a corrente alternata, seguendo i momenti e le mode. Heidegger non è un momento e non è una moda. È un pensiero inquieto, è l’inquieto del pensiero, è un abisso. E dall’abisso non ci si separa.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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