Sibilla Aleramo e Dino Campana, un viaggio chiamato amore

Tra l’impegno politico, l’attività nel movimento femminista, la prosa e le poesie, furono le tormentate passioni a tenere "una donna" sulla corda della vita

Davide D'Alessandro

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Sibilla Aleramo e Dino Campana,un viaggio chiamato amore

Furono più gli amori avuti che i libri scritti, quelli di Sibilla Aleramo, all’anagrafe Rina Faccio. Il paragone non suoni irriverente. La scrittrice d’amore visse, d’amore patì, d’amore scrisse. E di donne, di emancipazione, di libertà ma, di più, di una donna. Di sé stessa che, a quindici anni, subì la violenza carnale: l’indicibile. Ma trovò le parole per dirlo, cercando di sradicarsi di dosso lo sguardo malefico di chi ne abusò, il dolore, la compulsione, la morte. E negli amori (da Cena a Cardarelli, da Papini a Gerace, da Boccioni a Boine, da Franchi a Rebora, da Campana a Quasimodo a Evola, da Emanuelli a Matacotta, senza trascurare la passione per la Duse), si immerse, sprofondò, a caccia di ciò che le era stata negata: la vita. Costretta al matrimonio riparatore, a ventisei anni trovò la forza di “strappare”, di abbandonare la famiglia e di approdare a Roma dove, grazie a Cena, il suo lavoro letterario prese corpo.

Una donna fu un successo strepitoso, internazionale, tradotto in tutta Europa e negli Stati Uniti. Ma il successo non azzerò l’inquietudine, anzi continuamente la rinnovò. Tra l’impegno politico, l’attività nel movimento femminista, la prosa e le poesie, furono le tormentate storie d’amore a tenerla sulla corda della vita, a farla vibrare e bruciare il cerino della vita. Una su tutte la lacerò, quella con Dino Campana. Chi ha letto Un viaggio chiamato amore, il carteggio tra la scrittrice e il poeta di Marradi, sa che desiderio, possesso, gelosia, disperazione e follia sono ingredienti del pasto di cui, chi ama, quotidianamente e incessantemente si nutre. Un amore impossibile eppure possibile, per due anni intensamente, straordinariamente possibile. Se il poeta passò dal carcere al manicomio, dall’amore alla morte (e non certo per lei o non solo per lei), Sibilla rimase in piedi. Devastata, ma in piedi. Perché aveva conosciuto da ragazza la ferita. Aveva imparato a tenerla con sé. Era parte di sé. E negli uomini, in tutti gli altri uomini, e nei libri, in tutti gli altri libri, continuò a cercare ciò che le era stata negata: la vita. Ma non ne trovò che brandelli. Brandelli di vita. 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Insegna Ermeneutica filosofica all'Università di Urbino Carlo Bo, PhD in Etica e filosofia politico-giuridica, saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, e La vita del potere, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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