Cesare Pavese, il mestiere di scrivere

Immenso, unico, il più grande del nostro Novecento. Ha lasciato pagine favolose e irripetibili e una domanda, la più importante e inutile, senza risposta

 

Davide D'Alessandro

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Cesare Pavese, il mestiere di scrivere

Cesare Pavese. Immagine tratta da CarteggiLetterari

Dove collocare il suicidio di Cesare Pavese, quando abbiamo toccato sessantasette anni dal tragico gesto. «Non parole. Un gesto», scrive in Il mestiere di vivere. Quante bustine di sonnifero, sciolte in acqua, ingerirebbe oggi Pavese? Tante volte, arrivando alla stazione Porta Nuova di Torino, ho cercato di rispondere all’angosciante domanda e di immaginare la stanza 43 dell’Hotel Roma, nella quale lo scrittore decise di farla finita. Quella notte, tra il 26 e 27 agosto del 1950, Pavese si fermò a venti. Venti micidiali bustine e furono più che sufficienti. Ma oggi, oggi che la vita non è più vita, oggi che la perdita di senso sembra aver annichilito le coscienze, oggi che un paese ci vorrebbe, «non fosse che per il gusto di andarsene via», oggi che in libreria non trovo più romanzi come La luna e i falò, romanzo favoloso e irripetibile, come può essere favolosa e irripetibile la scrittura lieve e profonda di uno scrittore immenso, unico, il più grande del nostro Novecento, quante bustine ingerirebbe? Quante? La domanda riaffiora assillante, ossessiva, come un tormento o un vizio assurdo.

Prima di tornare in albergo, forse solo per ritardare il gesto, Pavese si recò all’Unità, che si stampava in corso Valdocco, all’angolo di via Garibaldi, nel palazzo della Gazzetta del Popolo. Lo racconta Paolo Spriano in Le passioni di un decennio (1946-1956): «Era molto pallido, smagrito, ma la sua visita aveva l’aspetto abituale di un saluto. Mi cercò e si trattenne al giornale per un paio d’ore, dopo la mezzanotte. Il mio rapporto con lui era quello che un giovane compagno, un ammiratore, un ragazzo dei suoi paesi, poteva avere verso chi era già una forte personalità, culturale e politica insieme».

Il mestiere di vivere gli divenne dapprima faticoso, poi insopportabile. Quando qualcuno si uccide, inevitabilmente si va in cerca delle cause che hanno scatenato il gesto.  «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Si parlò del dolore per essere stato abbandonato da Constance, la giovane con le efelidi rosse, ma Pavese, il 25 marzo, scrisse: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità; miseria, infermità, nulla». Si parlò di totale esaurimento, di voglia di autodistruzione, perché Pavese, il 27 maggio, scrisse: «Adesso a modo mio sono entrato nel gorgo: contemplo la mia impotenza, me la sento nelle ossa e mi sono impegnato in una responsabilità politica che mi schiaccia. La risposta è una sola: suicidio». Si parlò di ragioni ideologiche perché Pavese, il 14 luglio, quando era già scoppiata la guerra in Corea, scrisse: «Ci siamo. Tutto crolla...Lo stoicismo è il suicidio. Del resto sui fronti la gente ha ricominciato a morire».

Perché, allora, compì quel gesto? Un comunista non si uccide, si dicevano Spriano e i suoi compagni. Forse, quel partito comunista e il modo di far politica di quel partito comunista non entusiasmavano Pavese? Forse, appunto. Spriano riferisce che qualche giornale dello schieramento avverso accennò a una crisi politico-ideologica, ma senza molta convinzione. Davide Lajolo, suo biografo, insistette sulla forte depressione accumulata. Italo Calvino (che secondo Luca Doninelli, pur esprimendo una letteratura enormemente più bella di quella di Pavese, non riesce tuttavia altrettanto grande) suggerì che lo scrittore si uccise perché i suoi amici imparassero a vivere. In una lettera, infatti, datata Torino 15 settembre 1950, l’autore di Le città invisibili precisò: «...Io credo che il suicidio di Pavese, il modo con cui lui c’è arrivato non possa essere affatto visto come un male infettivo; non è un gesto che chiunque possa permettersi (per lui era uno dei motivi dominanti della vita); la sua disperazione non era di vanità del vivere, ma di non poter raggiungere quella interezza di vita che desiderava e che finì - ma non poteva giustificarlo che lui solo - per cercare nella morte… È la storia della lotta di un uomo cui vivere era difficilissimo, per inserirsi nella vita o per vivere abbastanza e dire abbastanza per poter morire».

Niente crisi politiche, dunque, e dramma sentimentale inteso al limite come ultima goccia di un recipiente già colmo. Ma netto, lucido, appare il divario tra il suo modo di intendere la vita e i rapporti con la realtà che si trovò di fronte. Ne derivò una brutale sofferenza per l’incapacità di comunicare con gli altri. E non si può dire che Pavese non avesse compiuto sforzi per realizzare una comunicazione almeno accettabile, ma più lui tentava di avvicinarsi, più la realtà si allontanava. Quasi per dispetto, per derisione. E al dispetto e alla derisione si può anche rispondere con il suicidio. Quando qualcuno decide di chiudere la propria vita (o la propria morte), giovane o anziano che sia, è bene rifugiarsi nel silenzio, in quell’assenza della parola dov’è possibile trovare non la risposta (non ci sono risposte), ma l’attesa. L’attesa di una nuova domanda. Di vita.

                                                                                       

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Docente universitario, PhD in Etica e filosofia politico-giuridica, saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, e La vita del potere, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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