Esiste naturalmente il diritto a salpare, così come esiste il diritto a scioperare, così come esiste il diritto a navigare in acque internazionali, così come esiste il diritto a organizzare missioni umanitarie, così come esiste il diritto a essere difesi da interventi controversi in alto mare, così come esiste il diritto a fare del proprio meglio per assistere un popolo assediato, distrutto, devastato, come lo è ovviamente quello di Gaza. Esistono tutti questi diritti naturalmente, ma esiste anche un altro diritto, molto importante, molto centrale, che tutti coloro che in questi giorni hanno deciso di sostenere con passione
la nuova missione nel Mediterraneo della Flotilla, pardon, della Global Sumud Flotilla, hanno scelto di calpestare con cura, pur essendo questo diritto cruciale per raggiungere gli stessi obiettivi che i campioni dell’umanitarismo si sono prefissati:
aiutare il popolo di Gaza ad avere un futuro e non dare la possibilità a chi oggi più di chiunque altro non permette a Gaza di avere un futuro di continuare a operare indisturbato.La scorsa settimana, lo sapete, circa cinquanta imbarcazioni sono partite dal porto di Marmaris, in Turchia, in quella che gli organizzatori della Global Sumud Flotilla, in solidarietà con la quale ieri in Italia hanno scioperato i sindacati di base, hanno descritto come l’ultima tappa del loro viaggio verso le coste di Gaza, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulle drammatiche condizioni di vita dei palestinesi nel territorio martoriato dalla guerra. Le condizioni a Gaza sono ancora terribili, almeno due milioni di residenti vivono in condizioni quasi impossibili, ma quello che sfugge a molti sostenitori dell’operazione della Flotilla è che il cuore della missione delle imbarcazioni dirette verso Gaza è oggi una sfida non solo a Israele, ma anche alla cornice indicata dalle Nazioni Unite per far arrivare gli aiuti attraverso canali coordinati e controllabili. La risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, approvata nel novembre 2025, sostiene la ripresa degli aiuti attraverso il Board of Peace e con, appunto, canali coordinati. Il testo “sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari” in cooperazione con il Board of Peace e attraverso organizzazioni riconosciute, tra cui Onu, Croce Rossa internazionale e Mezzaluna Rossa, e chiede che gli aiuti siano usati solo per fini pacifici e non deviati da gruppi armati, per evitare che possano diventare una forma di sostegno alla propaganda di Hamas. L’altro obiettivo, legittimo, della Flotilla è forzare il blocco navale imposto da Israele nelle acque di fronte a Gaza.
Gli atti di Israele in acque internazionali sono estremi, e comprensibilmente i governi che sono a conoscenza di attivisti del proprio paese presenti sulla Flotilla non possono non allarmarsi per la possibilità che gli stessi attivisti possano essere fermati o subire conseguenze. Ma a ricordare che gli atti di Israele in acque internazionali non sono automaticamente illegittimi è un famoso rapporto, chiamato Palmer, a cui lavorò nel 2010 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite dopo un raid israeliano alla Mavi Marmara, una famosa nave turca della flottiglia diretta a Gaza nel 2010 per violare il blocco navale israeliano, che fu abbordata da commando israeliani in acque internazionali (nove attivisti furono uccisi nell’operazione; un decimo morì anni dopo per le ferite riportate, e il caso provocò una grave crisi tra Israele e Turchia). Il rapporto Palmer, nel 2011, considerò eccessivo l’uso della forza, ma definì il blocco navale israeliano una misura di sicurezza legittima per impedire l’ingresso di armi via mare.
Sostenne che non era illegale neppure fermare in alto mare una nave diretta a violare un blocco legittimo, purché l’operazione avvenisse con avvertimenti chiari, proporzionalità, prudenza e uso minimo della forza; nel caso della Mavi Marmara, il rapporto criticò proprio il fatto che l’abbordaggio fosse avvenuto molto lontano dalla zona di blocco, senza un ultimo avvertimento immediato e senza aver prima tentato opzioni meno coercitive. Il diritto di protestare è sacrosanto, il diritto di salpare per mettere in difficoltà Israele è legittimo, il diritto di aiutare Gaza è nobile, ma la domanda che meriterebbe di essere messa al centro del dibattito, quando si parla di Flotilla, è se il partito dell’umanitarismo stia facendo tutto il possibile per non trasformare un gesto umanitario in una vittoria propagandistica per Hamas, sapendo che rompere il blocco navale per portare aiuti umanitari è una via utile per mettere in difficoltà Israele ma non è una via utile per aiutare il popolo martoriato di Gaza. Non chiederemo quando l’Usb sceglierà di manifestare non solo per la Flotilla effettivamente assediata ma anche contro il regime iraniano che nel 2025, non secondo la lobby ebraica, come direbbe Ferruccio Pinotti, ma secondo Amnesty International, ha ospitato, per così dire, sul suo territorio una quota enorme delle esecuzioni registrate nel mondo (circa l’80 per cento, escludendo la Cina).
Ci permettiamo solo di far notare che rispettare il diritto internazionale, quando si parla di Gaza, non significa solo chiedere un giusto processo contro ciò che ha fatto Israele in guerra, ma significa anche impedire che Hamas trasformi la missione in propaganda. Non lo dice Israele. Lo dicono le Nazioni Unite. Scioperare perché Israele rispetti il diritto internazionale è un diritto. Pretendere che chi sciopera a favore del diritto internazionale non faccia il gioco di chi usa la sofferenza della propria popolazione come leva politica e militare dovrebbe essere altrettanto sacrosanto. Per farlo ci sarebbe un modo: issare sulle imbarcazioni della Flotilla, e anche durante le manifestazioni per Gaza, oltre ai vessilli della pace anche una bella bandiera con su scritto, a difesa del diritto internazionale, un gran Free Gaza from Hamas.