•
I palestinesi assenti nella Flotilla
Altri indossano la loro causa e dramma come un costume di scena
di
30 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:51 PM

Foto Ansa
La Flotilla incarna l’intersezione tra la contrizione postcoloniale e l’astuto uso del senso di colpa da parte degli islamisti. I palestinesi? Assenti dalle navi, dai televisori. Parliamo in loro nome, indossiamo le loro kefiah”.
Il romanziere algerino Kamel Daoud centra, come spesso gli capita, il cuore di un dramma umanitario. Lasciamo stare che Gaza è sotto un blocco israeliano riconosciuto come legale nel 2011 dal rapporto Palmer delle Nazioni Unite. Della legalità di un blocco israeliano non si può più discutere. La Flotilla, uno due tre quattro, che solca il Mediterraneo verso Gaza non trasporta soltanto presunti aiuti umanitari, ma un carico ben più pesante: l’ipocrisia contemporanea distillata in bandiere e kefiah (lasciamo stare droga e preservativi, che Israele dice di aver trovato a bordo, il tema qui è secondario). I palestinesi non compaiono sulle tolde, non tengono conferenze stampa, non scelgono gli itinerari. Altri parlano per loro, indossano la loro causa e dramma come un costume di scena, trasformandoli in occasioni di autoassoluzione occidentale. I civili di Gaza sono, per questa ideologia umanitaria, solo materia prima bellica: scudi umani strategici e vittime mediatiche da esibire quando serve. Dietro la retorica della “resistenza” si nasconde il disprezzo per la vita palestinese stessa, sacrificata sull’altare di un jihad millenarista. La vera questione è se sia possibile costruire una solidarietà per Gaza senza trasformarla in strumento di un movimento, Hamas, che non ha mai nascosto di vedere nella guerra l’unico orizzonte politico, di usare i civili di Gaza come scudi umani e che ha sempre rubato gli aiuti donati alla Striscia per rivenderli. Finora la Flotilla ha offerto molti slogan (e anche molto odiosi), poche risposte e tante ambiguità.