In Spagna tutti anticolonialisti con il colonialismo degli altri

Durante il suo viaggio in Messico, Isabel Díaz Ayuso del Partito popolare spagnolo ha osannato l’ispanità e il meticciato, virtù che nei paesi ex coloniali risultano essere di estrema destra. Così prima hanno protestato le comunità indigene, poi ne è nato un battibecco diretto con la presidente Sheinbaum intorno al conquistador Hernán Cortés

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12 MAY 26
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Foto Ansa

Nei giorni scorsi, Isabel Díaz Ayuso – la presidente della Comunità autonoma di Madrid e figura fra le più autorevoli del Partito popolare spagnolo (Pp), quindi dell’opposizione al governo del socialista Pedro Sánchez – ha concluso in anticipo il suo viaggio in Messico. La visita si sarebbe dovuta chiudere con la partecipazione alla cerimonia dei premi Platino del cinema iberoamericano, una sorta di David di Donatello che la Comunità di Madrid cofinanzia e che si svolge alternativamente da una parte e dall’altra dell’oceano. Ayuso, però, è rientrata a casa venerdì, accusando di boicottaggio la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum. La madrilena ha uno stile frontale che di solito le porta bene, perché stuzzica il fastidio degli avversari e pesca consensi in tutta la destra spagnola con un livello di popolarità mediamente superiore a quello dei leader che il Pp ha avuto finora. Il carattere, però, non fa di lei una campionessa di diplomazia. Già a febbraio, in un video inviato alla Casa Bianca in occasione dell’Hispanic Prosperity Gala, aveva definito il Messico un narcostato e lo aveva paragonato a Cuba, Venezuela e Nicaragua, auspicando che si liberasse presto, “come l’Argentina”, dalla dittatura dell’ultrasinistra.
Era prevedibile che l’eco di quelle parole risuonasse in questi giorni. In Messico, nei suoi vari incontri, Ayuso ha poi osannato l’ispanità e il meticciato, virtù che nei paesi ex coloniali risultano essere di estrema destra. Così prima hanno protestato le comunità indigene, poi ne è nato un battibecco diretto con la presidente Sheinbaum intorno nientepopodimeno che a Hernán Cortés, il conquistador del XVI secolo, poiché da sinistra si chiede alle ex potenze coloniali di pentirsi eternamente e si sta dalla “parte dei nativi” anche se ci si chiama López o Sheinbaum e i propri antenati sono venuti a occupare la stessa terra per le più diverse ragioni (fra l’altro proprio la Sheinbaum, di origine ebraica, in Messico è oggetto di durissimi attacchi antisemiti).
Parlare dei conquistatori di cinque secoli fa e accusare il colonialismo di ogni male è ancora una pratica corrente perfino in nazioni che l’indipendenza l’hanno ottenuta da un paio di secoli. Stavolta è capitato ad Ayuso, ma era già successo al re di Spagna. A marzo Filippo VI ha infastidito la destra spagnola perché, proprio in nome della sapiente ricucitura diplomatica, aveva dovuto chiedere pubblicamente scusa per gli abusi commessi durante la conquista del Messico. Solo così si è meritato l’invito a visitare il paese durante il prossimo campionato mondiale di calcio. Eppure, era vivo l’imbarazzo di due anni fa, quando Sheinbaum alla sua cerimonia di insediamento invitò Pedro Sánchez ma non il re. Motivo? Filippo VI non aveva risposto a una lettera inviata nel 2019 da López Obrador (predecessore di Sheinbaum), nella quale si esigeva una richiesta formale di scuse per quegli abusi, gli stessi per i quali già Juan Carlos (padre e predecessore di Filippo VI) aveva chiesto scusa in un viaggio del 1990 e addirittura, ha poi ricordato qualche testata spagnola, nel 1978, quando in Messico il re incontrò anche la vedova di Manuel Azaña, l’ultimo presidente della Repubblica spagnola morto in Francia nel 1940. Un segno di riconciliazione che stringeva in un unico gesto gli stessi spagnoli in esilio, ancora feriti dalla guerra civile.
Ferite che restano aperte perché forse a nessuno conviene chiuderle. Meglio farle sanguinare a comando, periodicamente, come le reliquie di San Gennaro. Se infatti Pedro Sánchez non ha esitato a sbeffeggiare quella che ha definito la brutta figura di Ayuso in Messico, neanche i suoi amici/nemici di casa esitano a rinfacciargli, quando conviene, l’atteggiamento “coloniale” di Madrid. Fernando Clavijo, governatore delle Canarie, ha subito tirato fuori il “disprezzo coloniale e feudale” di Madrid nei confronti delle isole quando Sánchez si è offerto di far avvicinare alla costa di Tenerife la nave Hondius con i passeggeri colpiti dall’Hantavirus. E quando i tecnici del museo Reina Sofía hanno negato, per fondati motivi legati alla conservazione dell’opera, l’invio di Guernica di Picasso ai Paesi baschi, il governatore Imanol Pradales, del Partito nazionalista basco (alleato del governo come il partito canario di Clavijo), ha insistito che il trasferimento temporaneo andava inteso come riparazione storica, proprio quella che si esige alle potenze coloniali. Insomma, in Spagna tutti anticolonialisti. Con il colonialismo degli altri.