Il Nicaragua è un caso di scuola dell’influenza economica cinese in America latina

Il regime di Daniel Ortega ha eliminato i dazi sui prodotti cinesi, ha dato in concessione a società cinesi quasi 700 mila ettari di territorio nazionale e tra gennaio e novembre 2025 ha importato beni da Pechino per oltre 1,3 miliardi di dollari  

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12 MAY 26
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Foto Ansa

Il Nicaragua della dittatura di Daniel Ortega ha appena eliminato i dazi sui prodotti cinesi. Sono passati solo cinque anni da quando il paese ha chiuso le relazioni diplomatiche con Taiwan e ha aperto un’ambasciata della Repubblica popolare sul proprio territorio. Adesso le lusinghe di Pechino si fanno concrete con un accordo tra ministeri che rafforza un rapporto commerciale in cui Pechino è già favorita con un rapporto di quindici a uno: tra gennaio e novembre 2025, il paese centroamericano ha importato beni cinesi per oltre 1,3 miliardi di dollari, mentre le sue esportazioni verso la Cina hanno raggiunto a malapena i 100 milioni. Nel tentativo di attrarre maggiori capitali cinesi e incrementare la partecipazione di Pechino a progetti strategici, il regime ha proposto anche la creazione di “Zone economiche speciali della Nuova Via della seta”, offrendo agli investitori cinesi un’esenzione totale dalle imposte su reddito, dazi doganali e consumi per 10 anni rinnovabili. Inoltre, sono stati dati in concessione a società cinesi quasi 700.000 ettari di territorio nazionale, principalmente per progetti minerari e infrastrutturali. Ciò non senza polemiche sulla sostenibilità, anche per la concomitante crescita della repressione verso le popolazioni indigene. L’Onu per esempio ha protestato per la detenzione di otto guardaboschi indigeni della riserva di Bosawas, avvenuta tra il 2021 e il 2023. E hanno anche chiesto al governo del Nicaragua una prova di vita del leader indigeno e deputato Brooklyn Rivera, di cui non si sa niente da quando fu arrestato nel settembre 2023. Secondo l’Onu, potrebbe essere morto in detenzione.
Nel frattempo il Nicaragua ha ratificato un accordo di cooperazione militare con Mosca, che stabilisce il quadro giuridico per il dispiegamento e l’operatività del personale militare russo sul territorio nicaraguense. Ma già lo scorso settembre Reporter senza frontiere aveva avvertito come il Nicaragua fosse diventato “una piattaforma latinoamericana per la propaganda russa”. Non a caso, queste intese arrivano nel momento in cui nel Sistema di Integrazione Centro Americano (Sica) sette paesi hanno preso la clamorosa decisione di togliere l’obbligo dell’unanimità, proprio perché da cinque anni il regime di Ortega cercava di approfittarne per fare del forum una proiezione delle sue alleanze con Mosca e Pechino. “L’America latina ha ormai un socio importante, e non sono gli Stati Uniti”, ha scritto il New York Times in un commento uscito subito dopo il vertice “Shield of the Americas” che era stato organizzato dalla Casa Bianca il 7 marzo scorso a Miami, assieme a 12 leader della regione con l’idea di porre argine alla penetrazione della Cina in America latina. Sebbene gli ultimi risultati elettorali in America latina confermino una forte spinta a destra, dal 2005 le banche cinesi hanno concesso alla regione 120 miliardi di dollari di prestiti, e il commercio tra Cina e America latina è passato dai 12 miliardi del 2000 ai 518,470 del 2024.
L’ex presidente del Brasile Jair Bolsonaro, amico di Donald Trump, era arrivato a far una visita a Taiwan, ma alla fine del suo mandato l’interscambio tra Brasile e Repubblica popolare aveva superato i 170 miliardi. Il presidente argentino Javier Milei ha annullato l’adesione ai Brics fatta dal governo precedente, ha sospeso un progetto di radar-telescopio cinese di cui si sospettavano risvolti militari e ha proibito alle imprese cinesi di presentare offerte per opere di dragaggio lungo una importante via fluviale. Però con lui l’export argentino è aumentato del 125 per cento, e la Cina ha superato il Brasile come primo partner commerciale.
Ma l’Argentina è anche il paese dove l’ambasciata cinese è riuscita a bloccare un evento accademico critico del regime di Pechino, che avrebbe dovuto tenersi il 29 aprile all’Università di Belgrano. All’altro capo della regione, Pechino si è messa a fermare le navi che battono bandiera di Panama, per rappresaglia contro la revoca della concessione che una società di Hong Kong aveva ottenuto sui due porti alle estremità del Canale. E in Bolivia gli ambasciatori di Cina, Iran e Russia hanno risposto alla svolta filo-occidentale del nuovo governo di Rodrigo Paz presenziando all’insediamento a governatore di Cochabamba di Leonardo Loza: unico dello schieramento già legato al terzomondista Evo Morales ad avere vinto alle ultime amministrative. Se è vero che l’immensa economia cinese è una opportunità cui è difficile rinunciare, e che le alternative diplomatiche sono importanti in una regione dove il presidente americano Donald Trump sta tornando a modelli in passato tacciati di imperialismo, Pechino può essere un partner prepotente, e in qualche modo favorevole a un modello politico autoritario.