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Il 9 maggio, la parata della paranoia di Putin
Dopo gli ultimi attacchi dei droni ucraini e le eliminazioni dei generali in Russia, il presidente russo si barrica e sceglie nuove regole di sicurezza. Il mito vuoto della forza russa imbattibile e i dettagli che conoscono le intelligence europee
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5 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 03:15 PM

Russia, prove generali per la parata del 9 maggio 2024 (LaPresse)
Non sarebbe neppure esistito l’appuntamento regolare del 9 maggio, con la sua parata, il discorso del presidente, gli inviti ai leader stranieri, i veterani della Seconda guerra mondiale seduti sugli spalti, i missili di varia misura che percorrono la Piazza Rossa assieme agli aerei che sfilano nel cielo, se non fosse stato per la passione di Vladimir Putin per gli eventi grandi. Quest’anno, il Giorno della vittoria con la sua parata da passione si è trasformato in ossessione, perché il capo del Cremlino teme che proprio mentre si troverà nella Piazza Rossa a osservare la sfilata dei suoi soldati e di qualche arma, nel cielo, indisturbato, potrebbe presentarsi un drone ucraino che non soltanto rappresenterebbe un grave problema per la sicurezza di Mosca, ma anche una macchia sull’immagine che Putin vuole proiettare di sé e della sua nazione. Il 9 maggio è diventato un giorno di preoccupazione nazionale.
La scorsa settimana la Russia ha confermato che la parata sarà ridotta, mancheranno alcuni mezzi militari, che non possono essere portati via dal fronte, e anche i leader stranieri saranno poco numerosi, per questioni di sicurezza. Lo scorso anno Putin aveva goduto della presenza di uno dei suoi alleati più preziosi, il leader cinese Xi Jinping si era unito alla parata assieme ai capi di stato e di governo dei paesi della Csto, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva che lega ancora alla Russia alcuni paesi che facevano parte dell’Unione sovietica. I soldati cinesi sfilarono con quelli russi sulla Piazza Rossa, fu uno spettacolo di alleanza, forza e minaccia. Quest’anno la parata sarà spelacchiata, rimpicciolita, ma Putin non può tirarsi indietro, dovrà andare, tenere il suo discorso, nonostante le forti preoccupazioni per la sicurezza. Ieri il Financial Times ha raccontato che le eliminazioni dei generali davanti alle loro abitazioni in Russia e i droni ucraini che, come ha ricordato il presidente Volodymyr Zelensky non hanno problemi ad arrivare fino a Mosca, hanno modificato regole e preoccupazioni. Adesso Putin vive ancora più isolato, si fa vedere sempre meno in giro, acconsente con rarità agli eventi pubblici, se non quando sono necessari ad aumentare il consenso. Secondo fonti con cui ha parlato il quotidiano britannico, a chiunque frequenta il capo del Cremlino, inclusi le guardie del corpo, i cuochi e i fotografi ufficiali, è stato vietato di muoversi con i mezzi pubblici e di usare telefoni o dispositivi con connessione a internet nelle vicinanze del capo del Cremlino. A casa di ciascuno dei collaboratori di Putin sono state installate telecamere di sorveglianza. Nell’ultimo periodo il capo del Cremlino ha evitato alcune delle sue residenze e non è più apparso in basi militari.
Sono anni che Putin ha limitato le sue apparizioni in pubblico, il primo grande colpo alla socialità e alla presenza lo diede la pandemia, alla quale il leader russo rispose isolandosi e imponendo un rigido protocollo di sicurezza a chiunque desiderasse incontrarlo. Le persone che nel periodo delle pandemia potevano trascorrere del tempo con lui erano pochissime e il suo atteggiamento gli valse l’appellativo di “nonno nel bunker”, con cui l’oppositore Alexei Navalny prese a chiamarlo per beffarsi dell’isolamento del capo dello stato, ormai diventato per i russi un’immagine bidimensionale dietro a una scrivania. Ci sono momenti in cui, però, uscire è necessario anche per l’unità interna e, dopo un anno dall’aggressione all’Ucraina, Putin ha ripreso a incontrare gente, a fare le sue conferenze stampa di fine anno e la linea diretta con i cittadini – la lunga sessione di telefonate e messaggi dei russi al loro presidente – e c’è un segnale che gli analisti osservano: quando il capo del Cremlino si mostra in mezzo ai bambini allora vuol dire che è consapevole della caduta dei consensi. Nelle ultime settimane, i cattivi dati economici e le interruzioni di internet hanno generato piccoli moti di dissenso in Russia e la scelta di restringere lo spazio della rete russa e di bloccare alcune applicazioni come Telegram potrebbe essere stata guidata anche dalla paura di Putin per la sua sicurezza e dalla consapevolezza che i droni di Kyiv hanno ormai raggiunto un livello di penetrazione molto profondo: gli operatori telefonici russi hanno annunciato che i servizi saranno interrotti da oggi e Mosca, in preparazione della parata, sarà inghiottita in una bolla. Il sito investigativo russo iStories ha riportato le stesse informazioni del Financial Times, specificando di averle ottenute da un servizio di intelligence europeo e il dettaglio non è secondario: indica che fra gli europei c’è chi conosce paure e movimenti di Putin in profondità.
Alla fine del 2025, l’agenzia Bloomberg, pubblicò le conversazioni telefoniche avvenute via WhatsApp fra l’emissario americano Steve Witkoff, e il consigliere di Putin, Yuri Ushakov. Si trattava di conversazioni in cui Witkoff consigliava a Ushakov di organizzare una telefonata fra Putin e Donald Trump. Quest’anno, prima delle elezioni in Ungheria, alcune testate europee ottennero invece gli audio di conversazioni tra funzionari russi, incluso Sergei Lavrov, e il ministro degli Esteri uscente, Péter Szijjártó, che prometteva di aiutare Mosca facendo pressioni contro le decisioni degli europei e si metteva a disposizione degli ordini del Cremlino. L’Europa in ascolto, assieme ai droni di Kyiv e alle eliminazioni mirate hanno trasformato il 9 maggio: non sarà la parata della minaccia di Mosca e della vittoria, ma della paranoia di Putin.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)