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La nuova mossa di Trump per Hormuz tra corridoi umanitari e rischio escalation
Gli Stati Uniti lanciano una missione navale per sbloccare il traffico nello stretto, ma l’operazione, presentata come tecnica e necessaria, si inserisce in un equilibrio già fragile con l’Iran, tra negoziati incerti, minacce incrociate e il pericolo concreto di un nuovo confronto diretto
4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:58 AM

Foto Ap, via LaPresse
Il presidente americano Donald Trump ha annunciato l’avvio di una nuova operazione navale nello stretto di Hormuz. Il presidente l'ha presentata come un’iniziativa umanitaria ma le implicazioni strategiche sono moltissime. A partire da oggi, gli Stati Uniti si propongono di “guidare” le navi commerciali rimaste bloccate in quello specchio di mare.
Secondo le stime diffuse dall’amministrazione americana, circa duemila imbarcazioni e oltre ventimila marittimi sono rimasti intrappolati nell’area dopo che Teheran ha di fatto chiuso il passaggio, in risposta alla guerra iniziata a fine febbraio con attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Washington, da parte sua, ha imposto un blocco navale ai porti iraniani, alimentando un’escalation che ha trasformato lo stretto (da cui passa circa un quinto del commercio globale di petrolio e gas) in un punto di crisi sistemica.
L’operazione, ribattezzata “Project Freedom”, resta però avvolta nell’ambiguità. Il Comando centrale statunitense ha confermato il coinvolgimento militare, ma senza chiarire modalità e regole d’ingaggio. Trump insiste nel definirla un’azione a tutela della navigazione internazionale, richiesta da diversi paesi i cui cargo sono rimasti bloccati. Sullo sfondo, tuttavia, si intravede la possibilità di un confronto diretto: Teheran ha avvertito che qualsiasi presenza militare non coordinata nello stretto sarà considerata una violazione della fragile tregua.
Il contesto diplomatico resta fluido e contraddittorio. Il presidente americano parla di colloqui “molto positivi” con l’Iran, ma allo stesso tempo ha respinto una proposta di pace in 14 punti trasmessa attraverso il Pakistan. Da parte iraniana, le autorità negano che l’offerta includesse concessioni sul programma nucleare, uno dei nodi centrali del confronto. Le dichiarazioni divergenti riflettono una trattativa ancora lontana da un esito condiviso.
Nel frattempo, la tensione militare non si è del tutto attenuata. Episodi di attacchi a navi commerciali e minacce ai traffici marittimi continuano a essere segnalati nella regione, mentre i Pasdaran mantengono una presenza operativa anche dopo i danni subiti dalla marina iraniana. L’Iran rivendica il controllo dello stretto e insiste su un sistema di pedaggi per il transito, ipotesi respinta dagli Stati Uniti, che minacciano sanzioni contro le compagnie disposte a pagare.
In questo quadro, la mossa americana appare come un tentativo di riaprire una via commerciale vitale senza cedere sul piano negoziale. Ma il rischio è che l’iniziativa, pur presentata come tecnica e limitata, finisca per riaccendere il conflitto. La scelta, in sostanza, resta quella evocata anche dagli stessi vertici iraniani: escalation o compromesso. E per ora nessuna delle due opzioni sembra davvero prevalere.