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Da oggi Abu Dhabi è fuori dall’Opec. Tutti i segnali di un medio oriente cambiato per sempre
Una scelta che segna un avvicinamento più marcato degli Emirati agli Stati Uniti, che si posizionano come l’alleato mediorientale ideale, accanto a Gerusalemme
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1 MAY 26

Foto ANSA
Tel Aviv. Da oggi ufficialmente gli Emirati Arabi Uniti non fanno più parte dell’Opec. L’annuncio, arrivato martedì a sorpresa, evidenzia ulteriormente i riposizionamenti delle alleanze nel Golfo alla luce del primo confronto diretto con l’Iran che ha visto direttamente coinvolti anche i Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha definito la mossa il risultato di una revisione complessiva della propria politica produttiva. Ma il contesto geopolitico in cui è maturata suggerisce una storia più complessa. A rendere eloquente l’annuncio è stato il suo tempismo.
Il ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed, era appena atterrato a Jeddah per il primo summit frontale del Consiglio del Golfo sulla crisi iraniana, quando da Abu Dhabi è partita la comunicazione ufficiale del ritiro. Un messaggio recapitato sulla soglia di casa dell’alleato saudita, che non ha stravolto il protocollo dell’ospite saudita, lasciando intendere un pre-coordinamento. Che qualcosa di grosso bollisse in pentola, l’aveva anticipato il giorno prima anche Anwar Gargash, l’influente consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Mohammad bin Zayed. “Abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione congiunta araba e islamica, guidate dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per la Cooperazione islamica, mentre i nostri paesi sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana?”, aveva tuonato Gargash in un intervento pubblico. “In questa assenza e impotenza, non è più lecito parlare del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale”.
Sul versante economico, Amit Mor, esperto di mercati energetici e professore alla Reichman University commenta con il Foglio che, una volta terminata la guerra, gli Emirati aumenteranno le esportazioni di petrolio e ciò porterà a un calo dei prezzi che svantaggerà l’Arabia Saudita (e anche la Russia). “La domanda globale di idrocarburi crescerà ancora per circa un decennio prima che la diversificazione ne riduca la presa: uscire ora dai vincoli dell’Opec+ significa posizionarsi per catturare quella finestra”. Riad non ha rilasciato nessuna dichiarazione ufficiale, ma tra le affermazioni di noti commentatori di questioni saudite si può leggere il messaggio pacificatore che la sorella maggiore di Abu Dhabi vuole fare trasparire. Faisal Abbas, direttore del quotidiano saudita Arab News, ha minimizzato: “Gli Emirati sono uno stato sovrano che ha il diritto di prendere le proprie decisioni”, ha detto alla Cnn, delineando un parallelismo con la Brexit. “Non ci sono tensioni geopolitiche dietro a questa decisione, è una loro pura decisione calcolata, e non sorprende di fronte agli sviluppi a cui porterà questa guerra”.
La guerra dei dodici giorni del giugno scorso, dando le prime battute all’indebolimento della sfera di influenza dell’Iran in medio oriente, aveva fatto emergere la rivalità tra Abu Dhabi e Riad. A dicembre vi era stato un confronto militare diretto, anche se circoscritto, rispetto al sostegno a fazioni opposte nella crisi yemenita. Divergenze che si replicano anche in Sudan e si sovrappongono alla competizione tra i due paesi rispetto al primato come hub economico e tech del mondo arabo: nel 2021, Riad ha attivato una regolamentazione che impone alle aziende straniere di stabilire sedi nella capitale saudita per accedere agli appalti, mossa letta come un tentativo di sottrarre imprese a Dubai, che aveva anticipato tutti nell’apertura al mondo occidentale. A tutto questo si aggiunge l’emergere del nuovo “quartetto” che unisce i grandi paesi di retaggio musulmano, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto. Come evidenziato dall’editorialista Nadim Koteich in un’intervista al Foglio mercoledì, questa alleanza ha tra le priorità quella di contenere l’emergere di Israele come potenza regionale nel momento in cui si registra l’indebolimento dell’asse iraniano. Tuttavia, evidenzia Koteich, la dinamica che si sta delineando è quella di una competizione, più che di una rivalità. “I quattro stati sono spinti dall’idea di costruire un modello di sicurezza a livello regionale, perché temono un graduale disimpegno di Washington nel lungo termine”, scrive in un’analisi l’Emirati Policy Center. L’uscita dall’Opec segna invece un avvicinamento più marcato degli Emirati agli Stati Uniti, che si posizionano come l’alleato mediorientale ideale, accanto a Gerusalemme. L’analista emiratino Salem Al Ketbi, in un editoriale sul Jerusalem Post – un altro aspetto interessante del fronte mediatico di questa guerra: sempre più opinionisti emiratini intervengono sulla stampa israeliana – descrive lo scombussolamento regionale come “una rivalutazione fredda e calcolata di relazioni che hanno fallito alla prova dei fatti”. Israele invece – evidenzia Ketbi– si è rivelato un “partner strategico per eccellenza”. L’uscita dall’Opec parla a più livelli: verso l’Iran è una coerente vendetta; verso gli Stati Uniti è il contributo alla guerra che Trump si aspettava; verso Riad è un segnale di autonomia, ma non necessariamente di ostilità.